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Angelo Cennamo è un avvocato di Salerno e un appassionato lettore visionario, capace di scorgere la Statua della Libertà dal lungomare Trieste. Nove anni fa ha aperto un blog dedicato alla letteratura americana, spinto da una passione autentica e contagiosa. Lo ha chiamato Telegraph Avenue, come il celebre viale californiano che unisce Berkeley e Oakland, e come il romanzo di Michael Chabon che ha per epicentro un negozio di dischi, il Brokeland Records, simbolo di resistenza culturale contro l’omologazione capitalistica. Quel blog – spiega Cennamo nell’introduzione del suo libro – è diventato negli anni un rifugio per lettori appassionati, «un crocevia di naviganti» che si ritrovano attorno al culto della narrativa nordamericana. C'è anche il sottoscritto tra questi adepti, grato per essere stato introdotto in un mondo affascinante, che frequentavo poco. Il libro, pubblicato da Argon Edizioni nella collana Elettroni, si intitola come il blog: Telegraph Avenue. Itinerari di letteratura americana. È un vademecum ragionato, illustrato con bellissimi disegni da Kornel Speranza, uno strumento agile e prezioso per orientarsi nel Novecento e nel primo ventunesimo secolo letterario degli Stati Uniti. Le schede, brevi ma dense, sono quaranta. Raccolte in sei sezioni tematiche – dal realismo al postmodernismo, dal minimalismo alla narrativa ebraica, fino a un ipotetico “nuovo canone” – abbracciano un secolo di romanzi, racconti e tendenze, tra grandi classici e sorprendenti scelte contemporanee.
La forza di questo volume agile accattivante sta tutta nel punto di vista. Cennamo non finge neutralità. Parla da lettore coinvolto, a tratti emozionato, senza rinunciare però a precisione e rigore (e in questo - azzardo - probabilmente lo aiuta la sua professione forense). Ogni autore viene contestualizzato biograficamente e culturalmente: John Fante e il suo rapporto viscerale con le origini italiane; Raymond Carver e la sua scrittura asciutta, "precisa più che minimalista", anche grazie al controverso intervento dell’editor Gordon Lish; Richard Yates, dimenticato in vita e riscoperto solo dopo l’adattamento cinematografico di Revolutionary Road. Biografie dentro biografie, romanzi dentro romanzi, poichè non c'è un solo autore americano che non si porti dietro un'aura un po' maudit, che non comninci a sanguinare nell'atto dello scrivere. Cennamo dedica pagine illuminate anche agli “esterni” al canone accademico: Stephen King, Don Winslow, Percival Everett. Non si tratta di concessioni populiste, ma di scelte argomentate, giustificate da un’idea precisa: che la grande letteratura può assumere molte forme, e che i generi – horror, thriller, noir – non sono barriere ma prospettive.
C’è spazio per le questioni editoriali, come il cosiddetto sensitive editing, che secondo Cennamo rischia di normalizzare eccessivamente la scrittura contemporanea, e per riflessioni culturali più ampie, come l'impatto dell’11 settembre sulla narrativa statunitense. Il tono è critico, ma mai qualunquista. La cultura “woke” viene problematizzata, non demonizzata: «La narrativa contemporanea è minacciata e vilipesa da una nuova ondata puritana, ma è ferita anche nei numeri», scrive con lucidità. Tra le pagine più riuscite spiccano quelle su Philip Roth, Don DeLillo, Jonathan Franzen, Joyce Carol Oates, Louise Erdrich. Ma il volume non è una mera carrellata di nomi noti. Cennamo esplora con la stessa cura anche le opere di Emma Cline, Raven Leilani, Rebecca Kuang e Tiffany McDaniel. In fondo, come confessa lui stesso, Telegraph Avenue avrebbe potuto intitolarsi I miei americani. È un libro scritto «più con il cuore che con la testa», come dichiara con schiettezza, e si sente. Uno scrigno di superbi capolavori - su cui Trump per fortuna non ha messo i dazi - a disposizione del lettore.


Non è un saggio accademico. È un atto d’amore. E anche una dichiarazione di resistenza: «contro i pronostici più pessimisti sull’editoria» e contro la disumanizzazione della lettura in tempi dominati dall’intelligenza artificiale. Angelo Cennamo, avvocato di giorno e lettore di notte, ha costruito nel tempo una comunità di appassionati. Con questo libro, apre il suo “negozio di vinili” anche a chi ancora non lo conosceva. Personalmente ho solo un appunto da fargli: non ha tenuto conto dell'autrice forse più brava di tutti, la regina Flannery O'Connor, colei che ha fatto dell'America profonda uno straordinario specchio dell'anima, maestra del racconto breve, nota per il suo stile grottesco e visionario, intriso di cattolicesimo, violenza e redenzione. La sua opera riflette i dilemmi morali del Sud degli Stati Uniti, capace di raggiungere vette narrative che solo pochi autori mondiali (come Dostoevskij) hanno mai raggiunto. L'autrice viene citata come una delle influenze stilistiche di Raymond Carver, accanto a Maupassant, Čechov, Hemingway, Robert Frost e W.S. Merwin tuttavia non ha l'onore di far parte dei magnifici 40.L'augurio, anzi la perorazione è che l'avvocato Cennamo possa rimediare con la prossima edizione, visto il successo che sta giustamente ottenendo questo libro, da tenere accanto alle edizioni tascabili di Roth, Cheever o Carver, da consultare con la matita in mano, per segnare i titoli da scoprire o da rileggere. Perché l’America, quella che conta, spesso passa proprio da una libreria sulla Telegraph Avenue.




