Si sentono gli echi di Lunana nel nuovo film di Riccardo Milani. Il titolo è Un mondo a parte e il protagonista è Michele, un maestro che lavora in una scuola elementare di Roma. È stufo della capitale, vuole andarsene. Si fa trasferire in un paesino immerso nel Parco nazionale d’Abruzzo. Qui entra in contatto con una realtà del tutto diversa, molto raccolta: la scuola locale è guidata dalla vicepreside Agnese, con il volto di Virginia Raffaele. Mentre Michele è Antonio Albanese. «Interpreto una donna ruvida come le montagne abruzzesi. Si è creata un’armatura, una scorza. Può sembrare in apparenza spigolosa. Ma nasconde una grande sofferenza, un abbandono», spiega Raffaele.
Riprendendo il titolo del film, lei ha un “mondo a parte”?
«È quello che alberga nella mia testa, credo che appartenga a tutti. Si tratta della nostra realtà interiore. Sono universi alternativi, privati. In verità dovremmo anche imparare a prenderci cura del mondo che ci circonda. Il problema è che siamo distratti, prigionieri del flusso degli impegni di ogni giorno. Da parte mia, sono molto sensibile al tema dell’inquinamento, del rispetto per gli animali. Sono attenta all’ambiente».
Qual è il suo rapporto con la natura?
«Il regalo è stato poter vivere, respirare, farmi abbracciare dal Parco nazionale d’Abruzzo. Le condizioni erano anche avverse: temperature polari, agenti atmosferici scatenati. Però la bellezza attorno a noi era impagabile. Mi sono rimaste impresse le strade alberate, il fascino della montagna, che purtroppo conosco poco. Mi sono innamorata».
Un tema importante è quello della scuola.
«Non sono un’esperta, non conosco a fondo le regole. Però credo che sarebbe importante approfondire a scuola l’educazione sessuale, l’educazione civica. Quello che manca in Europa è anche un processo di metabolizzazione della morte. Non diamo alle nuove generazioni gli strumenti per affrontarla, per capirla. Il rispetto passa dal preparare gli altri a ciò che verrà».
In "Un mondo a parte" si parla di accoglienza.
«È vero. Dovrebbe essere la base del buonsenso. Non c’è cosa più difficile che accettare l’altro, rendere le differenze una ricchezza. Bisogna sapersi aiutare, senza inganni. Il rischio è di dimenticarsi la gentilezza, il nostro essere umani. Serve un’armonia tra la vita personale e quella di comunità. Nel film l’accoglienza è specialmente rivolta verso i bambini, che in questo momento sono le principali vittime della guerra in Ucraina e del conflitto in Palestina. È davvero un brutto momento, la violenza deve sempre essere combattuta. Sono sconvolta, mi fa male. Dovremmo provare a metterci nei panni degli altri. E se noi fossimo nati in quei luoghi? Se tutti i giorni fossimo circondati da quella brutalità? Impossibile rispondere, il pericolo è però di perdere la speranza. È un incubo, da cui un giorno forse saremo in grado di risvegliarci. Il terrore è anche legato al nucleare. I sistemi di informazione si interrogano sul fatto che il nostro pianeta potrebbe essere distrutto premendo solo un pulsante. Succederà? Chi può dirlo. Però stiamo attraversando un’epoca di grande tensione, a tratti insostenibile».
È vero che le giostre possono essere una metafora della nostra esistenza?
«Ne sono convinta. I miei nonni avevano un luna park. Spesso mi è stato domandato quale giostra mi sentissi. Il treno fantasma incarna i nostri timori, le montagne russe rappresentano le attese e l’adrenalina, la ruota panoramica ferma il tempo e offre un punto di vista dall’alto, per riflettere sulle proprie azioni. Il tagadà invita all’equilibrio, perché è una piattaforma che gira a grande velocità. I problemi sono sempre molti, bisogna trovare un’armonia. Il labirinto degli specchi ci fa vedere la nostra immagine modificata. È come se ci immedesimassimo nel modo di guardarci delle persone esterne. Giostrai si rimane per sempre. Ci sono cresciuta. A volte è una situazione disillusa, altre ironica. Sei sempre in bicicletta o sulla strada. Si innesca una semplicità, un’adattabilità, che non è di tutti. Si è viandanti tra la folla».