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I PRECEDENTI LETTERARI E LA REALTÀ
La fuga e il travisamento non sono nuovi alla finzione letteraria, a partire dagli archetipi celeberrimi del fu Mattia Pascal e del Conte di Montecristo: la suggestione di sottrarsi a una situazione troppo superiore alle proprie forze (e intanto indagare sull’intrico che costringe alla fuga) ricostruendosi in un altrove e tagliandosi i ponti alle spalle è stata frequentata spesso, anche se non per caso solitamente chi fugge così, anche in letteratura, lo fa da solo non con la famiglia, per non dovere pagare troppo dazio alla verosimiglianza, già periclitante nei precedenti storici. Difficile, anzi impossibile, immaginarsi nella realtà una storia così, in cui a un sospetto così pesante di omicidio e a un pericolo di fuga così concreto e attuale non seguano un arresto e una custodia cautelare; difficilissimo scegliersi per fuggire un luogo, defilato sì, ma così famoso e prossimo da non mettere neppure di mezzo un confine, per non dire della complicità di un ex agente dei servizi disposto a commettere un po' di reati per aiutare dei disperati forse non immacolati.
MA QUALCOSA DI VEROSIMILE C'È
Eppure, per rendere accettabile e credibile la storia - per quanto cinematografica e di sicuro inverosimile, perché quelle identità false, fai da te, avrebbero le gambe cortissime così vicino a casa - per renderla plausibilmente italiana da qualche parte gli sceneggiatori hanno dovuto pescare. E si capisce già dal trailer che i riferimenti alla realtà mancano: esistono infatti in Italia famiglie, che, pesantemente minacciate, vivono nascoste, proprio malgrado, in un modo simile a quello della famiglia Caruana, al netto della licenza poetica: sono le famiglie dei testimoni di giustizia, persone che hanno avuto la sfortuna di trovarsi in pericolo per aver testimoniato o per essere stati presenti a un delitto che implica rischio di ritorsioni: come la famiglia Caruana hanno documenti falsi, si trovano in luoghi protetti e devono imparare a non tradirsi per non mandare all’aria il programma di protezione, che però avviene – con tutte le complicazioni del caso e sono tante – con la collaborazione dello Stato che sa e tutela, anche se tante volte fatica a risolvere in tempo utile la miriade di problemi burocratici che sorgono a fronte della nuova identità, problemi che la tecnologia e la complessità del mondo attuale così privo di privacy complica enormemente. Anche i collaboratori di giustizia possono finire in programmi di protezione, dopo aver collaborato con la giustizia e spezzato il sodalizio criminale.
A giudicare dalle prime scene del trailer, è proprio alla pluriennale storia italiana dei programmi di protezione che la finzione cinematografica s’è ispirata, anche se, per come vanno le cose, nel film Caruana non è un testimone protetto né un cosiddetto "pentito" ma un sospettato, se non un latitante uno in procinto di diventarlo. Anche le lunghe latitanze, soprattutto in ambienti mafiosi non sono estranee anzi alla storia italiana, ma sarebbe stato obiettivamente più difficile ispirarsi a quelle, per molte ragioni compreso il fatto che ciò che accade nel segreto psicologico delle famiglie dei latitanti ha ben pochi racconti documentati. E poi la realtà, ricostruita a posteriori dopo gli arresti, dice che le lunghe latitanze storicamente non si consumano quasi mai in fughe, ma vivono il più delle volte dell’humus e della complicità dell’area grigia attorno a casa: la storia insegna che i boss latitanti si trovano quasi sempre a casa loro, magari sepolti vivi in bunker sotterranei nei luoghi dove sono sempre stati, dove nessuno si fa le domande che necessariamente si farebbero i nuovi compaesani di una famiglia romana trapiantata in un paese di poche anime, dove quando il turismo si spegne i cognomi sono sempre gli stessi e si conoscono tutti.
Il resto è fiction, il bello della fiction.





