L’erba voglio esiste. È nel giardino del re d’Inghilterra. Ma bisogna rubarla, conquistarsene ogni filo, masticando amaro nei momenti difficili, a costo di andare sotto e rilasalire, con un atto di volontà feroce. Nessuno te la offre su un piatto d’argento, anzi quello è il premio di consosolazione di chi perde la finale, l’erba voglio sta in una coppa d’oro, ma bisogna andarsela a prendere attraversando la Manica in tempesta delle proprie emozioni.

Così ha fatto Jannik Sinner sul campo di Wimbledon, davanti a due futuri re d’Inghilterra, il principe William, e il giovane George, eroico a 12 anni in giacca e cravatta al sole, ma pure al re di Spagna arrivato a tifare l’avversario, quel Carlos Alcaraz che per un attimo è sembrato scappare via di nuovo, poi riacciuffato in corsa e lasciato indietro. Non c’è luogo più magico per i gesti bianchi del tennis e non c’è luogo di più importante in cui vincere qualcosa con una racchetta del tempio in cui il tennis ha visto scrivere le sue diaboliche regole impervie. C’era in gioco tanto in questa finale, più di quanto ci sia stato dato di sapere.

Chissà quante volte negli ultimi mesi Jannik Sinner, sforzandosi di tenere su la maschera da «faccia da poker,  si sarà chiesto, tra Roma, Parigi e Halle, se potessero i tre mesi di sospensione avere incrinato qualcosa del "fattore Sinner", quella la capacità unica di giocare i punti sotto pressione. Chissà quante volte si sarà chiesto, durante i tre mesi di sospensione, se sarebbe stato capace di tornare, come se nulla fosse accaduto, restando quello di prima: ben sapendo che tutto si può allenare, meno il "fattore Sinner".

Non c’è niente che in allenamento possa ricreare la tensione che si prova giocando un appuntamento con la storia, in un luogo carico di simboli, contro l’avversario più forte su piazza, il rivale predestinato, che ti batte da due anni, anche se sempre e solo nelle finali più importanti: non lo sapevamo noi e forse non lo sapeva Jannik, perché c’è un solo modo per saperlo: trovarsi davanti a quell’appuntamento e non mancarlo. Solo nel momento della prova, sul campo e nella vita, puoi scoprire davvero tutto di te, quanto sia profonda la riserva delle risorse profonde cui attingere. Non ci si conosce fino in fondo prima.

La tensione nel primo set della finale di Wimbledon 2025 si è sentita da tutte e due le parti del campo, ma il Sinner che si è fatto rimontare il break nel primo set è quello dei due che ha più rischiato di veder sgretolarsi le sicurezze fresche di rinconquista. Potevano tornare ad avvitarsi nella sua mente i due match point sprecati a Parigi. Forse per un attimo ha rischiato di essere risucchiato nel baratro dei rimpianti.

C’è voluto tempo per entrare davvero in partita, per darsi il tempo rinfrancarsi, per sentirsi dentro la sicurezza di far suonare la palla alla Sinner, c’è stato bisogno di guardare nel pozzo delle proprie paure, di dare del tu ai propri fantasmi. È probabile che Jannik Sinner li abbia incontrati tutti in un momento preciso della finale di quando ha servito sul 30-30 del terzo set sul 4-4, un ace di seconda palla: un rischio sommo in un momento rischiosissimo, l’idea platonica dell’eroismo tennistico. Sbagliare avrebbe significato rimettere in corsa Alcaraz, uno che non se lo fa ripetere. In quel preciso momento s’è sbloccato il "fattore Sinner", di lì in poi è cambiato Sinner ed è cambiata la partita.

Adesso lo sappiamo: Jannik Sinner non è solo quello di prima dello stop, è un giovane uomo nuovo che, dopo aver testato molto di sé e della propria capacità di giocarsi le cose importanti nei momenti difficili, ha dimostrato al mondo di saper fare i conti con le proprie insicurezze e a sé stesso di essersele messe alle spalle. Ne verranno altre, ma ora sa di saperle affrontare senza lasciarle vincere. Vengono sempre, del resto, come ha ricordato Papa Leone XIV, il papa tennista, al Giubileo degli sportivi, sintentizzando lo sport di vertice con mirabile efficacia: «L’uomo a confronto, nell’arte della sconfitta, con una delle verità più profonde della sua condizione: la fragilità, il limite, l’imperfezione. Questo è importante, perché è dall’esperienza di questa fragilità che ci si apre alla speranza. L’atleta che non sbaglia mai, che non perde mai, non esiste. I campioni non sono macchine infallibili, ma uomini e donne che, anche quando cadono, trovano il coraggio di rialzarsi».

Finché si vince soltanto, ci si può illudere di essere infallibili, ma si rischia di andare a pezzi come una stauetta d’argilla incrinata, al momento dalla sconfitta: dopo tre finali consecutive perse contro lo stesso avversario, poteva succedere a Sinner. Ma non è accaduto: l’ha impedito Sinner, con l’atto di volontà feroce con cui s’è ripreso a Wimbledon, in una finale che poteva scivolare via dopo il primo set perduto dopo aver avuto l’occasione di vincerlo. Una partita vinta costruendola un passo alla volta, dominata nel finale non di misura acquisendo passo passa consepevolezza di sé.

C’era forse tutto questo non detto nel gesto di Jannik, che d'acchito ha esultato senza enfasi da par suo, accontentandosi di un sorriso bambino, e poi s’è accovacciato all’altezza della rete con il viso nascosto dalla visiera del cappellino, la racchetta come una stampella. Non possiamo sapere quali pensieri siano passati, in quel momento, possiamo solo immaginarlo e neanche tanto, perché non sono tanti a potersi figurare in momenti così, al di fuori dei sogni proibiti.

Ma se è vero che Wimbledon è oggettivamente la vittoria che risolve la carriera di un tennista, se farlo da italiano è storico per definizione, perché mai era accaduto da quando il tennis è stato inventato, è certo vero che dentro questa vittoria ci sono tante più cose: un ragazzo cresciuto, un campione più maturo, che pure nel giorno più bello, invece di montarsi la testa, chiede a sé stesso impegno e serietà per migliorare come giocatore e come persona, e la forza di «accettare» le cose che non vanno come vorresti, senza dimenticare mai un grazie alla famiglia che ti ha cresciuto come sei, umile anche potendo dire sono il migliore al mondo, e per cui conta la persona che sei, che tu vinca o perda la partita, anche se è importantissima, anche se giocarla non è da tutti. Ancor meno lo è vincerla e farsi ammettere di lì in poi per sempre di diritto alla tempio del tennis, di cui dopo aver vinto una volta si resta "sacerdoti" a vita.