Woody Allen: «Il mio ultimo film, un romanzo familiare»
È nelle sale italiane Café Society, la nuova pellicola del cineasta newyorkese. Un viaggio nella New York dei tempi d'oro, alla fine del proibizionismo, tra locali jazz, celebrità in smoking e bellezze in abito da sera. Girato con la fotografia di Vittorio Storaro. Confida il regista: «Una storia romantica perché io sono romantico. Anche se le donne della mia vita potrebbero non essere d’accordo».
Un Woody Allen di ottima annata. Così possiamo definire Café Society, il nuovo film del cineasta newyorkese appena approdato nelle sale italiane dopo l’anteprima europea di maggio al Festival di Cannes. Un appuntamento, quello sulla Croisette, che il regista quattro volte premio Oscar non diserta mai, un po’ per scaramanzia un po’ per ringraziare il pubblico europeo (e quello francese in particolare) che lo ama e lo celebra più di quanto non accada oltreoceano. E’ in quell’occasione che l’abbiamo incontrato anche se la proiezione di Café Society era, come sempre, fuori concorso.
“La competizione si addice allo sport. Trovo che sia del tutto fuori luogo nel campo artistico”, la giustificazione di Allen, 80 anni, capelli bianchi e aria mesta in pieno contrasto con lo sguardo saettante e le battute taglienti. “Quale giuria potrà mai permettersi di decidere se un film è bello o è brutto? Sarebbe come affermare che un dipinto di Picasso è migliore di un’opera di Matisse. Semplicemente assurdo”.
Qual è lo spunto da cui è nata la pellicola? “Avevo voglia di girare un film come se fosse un romanzo familiare. Come in un libro, sullo schermo ci si sofferma un po’ sulla scena del protagonista con la sua ragazza, un po’ su una scena con i genitori, poi si passa a una scena con la sorella e il fratello gangster, seguita da una sequenza con star di Hollywood e trafficanti di malaffare, per poi finire in caffè frequentati da politici, playboy, arrivisti e donne affascinanti. Non la considero la storia di una sola persona ma di tutti. Certo, la vicenda d’amore di Bobby e Vonnie è lo scheletro del film ma tutti gli altri personaggi compongono allo stesso tempo l’atmosfera e la trama. Una storia romantica perché io sono un tipo romantico. Anche se le donne della mia vita potrebbero non essere d’accordo”.
Loro magari no, ma noi siamo totalmente in sintonia col regista. Ambientato tra la Hollywood e la New York dei tempi d’oro, gli anni Trenta dei grandi divi e dei locali eleganti dove si fa musica fino all’alba, Café Society è una commedia sentimentale leggera dal finale agrodolce su una bella ragazza arrivista, Vonnie (la sempre più convincente Kristen Stewart) il cui cuore è combattuto tra la passione per un giovane romantico e squattrinato, Bobby (il bravo Jesse Eisenberg) e un ricco agente delle star, il maturo e potente Phil (Steve Carell in una inusuale versione seria).
Equivoci e contrattempi si susseguono con l’aggravante che Phil è lo zio di Bobby e i due non sanno di essere rivali quando si confidano le reciproche pene d’amore. Tra alti e bassi, Phil si deciderà a chiedere il divorzio dalla moglie e a riscattare dalla clandestinità la sua relazione con Vonnie proprio quando Bobby troverà il coraggio di chiedere alla ragazza di sposarlo. Troppi due galli in un pollaio. Per fortuna, ci si metterà di mezzo la bella Veronica (la statuaria Blake Lively) decisamente meno calcolatrice di Vonnie. Come spesso accade nella vita reale, non sarà l’amore spassionato a trionfare bensì le convenienze e le convenzioni, salvo lasciare il bruciore del rimpianto nei protagonisti. Storia non originalissima ma a rendere assolutamente delizioso il film sono i costumi meravigliosi, le colorite scenografie, le atmosfere, le musiche che restituiscono la magìa e il fascino di un’epoca che Woody Allen ama da sempre e conosce come pochi.
“Dopo la fine del proibizionismo e l’ascesa del giornalismo scandalistico, che immortalava i frequentatori dei Café Society, a New York aprirono i battenti decine di club, alcuni addirittura con grandi orchestre dal vivo”, ricorda Woody con gli occhi che scintillano dietro la spessa montatura. “Ogni notte, celebrità in smoking e bellezze in abito da sera popolavano i locali jazz del Greenwich Village oppure El Morocco e il Cotton Club. Quel periodo mi ha sempre affascinato e resta uno dei momenti più emozionanti della storia della città”.
Il suo film è un gioiellino che scintilla agli occhi dello spettatore grazie anche alla fotografia digitale, calda e dorata, di Vittorio Storaro... “Malgrado la stima reciproca e i suoi tre premi Oscar, finora non avevo mai lavorato con lui. Considero la fotografia del film un elemento estremamente importante per la narrazione della storia. E il vostro Vittorio è un artista eccezionale”.
Uno dei temi di Café Society è quello della celebrità. Lei come la vede? “Mi fanno ridere le star che si lamentano perché assediate dai paparazzi o il web assale la loro vita privata. La celebrità è una condizione che regala enormi vantaggi”.
A un certo punto, c’è un personaggio che dice: la vita è una commedia scritta da un autore sadico. Non pensa di esagerare? “Traversie, faide familiari, tradimenti… Sono tutte cose divertenti se viste dall’esterno, ma se ci sei dentro la prospettiva cambia. La vita è un susseguirsi di eventi tristi e crudeltà, intervallati da rari momenti di gioia. Meglio riderne piuttosto che meditare il suicidio”.
Nel film New York, con la sua eleganza scintillante, batte Los Angeles. Molti penseranno: il solito Woody Allen che detesta Hollywood...
“Ma non è vero. Questa, ormai, è una leggenda metropolitana. Vero è che non amo il sole e che detesto dover prendere sempre l’automobile. Però ho così tanti amici in California!”.
Café Society è il suo 47° titolo. Alla sua età, cosa le dà la forza per girare un film all’anno? “Trovo straordinario che ci sia ancora gente così stupida da finanziarmi. Vero, ho 80 anni ma sono agile e in piena forma perché mangio bene e faccio esercizio fisico. Spero proprio di seguire le orme dei miei genitori, morti ultra centenari. Anche se magari domani mi potrebbe prendere un colpo e così dovrei tornare qui a Cannes sulla sedie a rotelle”.