Chi è magro non lo sa. O comunque non ci pensa. Vivere in un corpo obeso, con 30, 40 chili di troppo (a volte anche di più), significa portarsi addosso un fardello non solo fisico, ma anche psicologico. Perché il peso non è solo fatto di massa grassa, ma anche di critiche, rifiuti, sguardi, giudizi (e pregiudizi) che fanno male, più di quanto si immagini.

L’obesità è una malattia e come tale va trattata: dal 1° ottobre scorso lo è anche per legge, grazie alla normativa approvata in Parlamento che la definisce una «patologia di interesse sociale, progressiva e recidivante». La persona obesa non è tanto (o solo) grassa, ma è una persona che ha bisogno di attenzione, supporto e cure. Ne abbiamo incontrata una, che ci ha aperto la porta di casa per condividere la sua storia.

«Sin dall’infanzia ero una bambina più grande delle altre, più pesante dei coetanei. Così già da piccola ho iniziato a fare controlli, analisi, diete. Ricordo il primo ricovero a sette anni. Conclusione: “Mangia di meno e muoviti di più”». Comincia così il racconto di Iris Zani, 58 anni, che ci accoglie sorridente nel suo appartamento caldo e colorato, che è anche la sede dell’Associazione Amici Obesi Onlus, di cui è presidente, fondata vent’anni fa per dare voce e supporto a chi, come lei, combatte questa malattia cronica e invalidante.

iStock

«Sono nata e cresciuta in un paesino di montagna della provincia di Brescia», prosegue Iris. «Quattromila anime, tutti che sanno tutto di tutti. Io mi piacevo, non mi sentivo affatto brutta né abnorme, ma le battute cattive e i commenti maligni non mancavano e mi ferivano tantissimo. Non solo fuori ma anche in casa: il confronto continuo tra cugini – siamo una ventina – era una grande fonte di disagio. Ricordo le riunioni di famiglia come un vero incubo». Lasciare il nido e cambiare aria era l’unica opzione. «A 20 anni me ne sono andata e sono venuta a vivere a Milano. Nella grande città mi sono sentita libera e in pace con me stessa. Finalmente ero invisibile». Nel capoluogo lombardo Iris costruisce la sua vita di adulta, con incontri, amicizie, un impiego che la gratifica – lavora in Enel da 38 anni – e trova anche l’amore.

La lotta contro il peso però non si arrestava mai: un’altalena estenuante fatta di brevi soddisfazioni e grandi delusioni. «Negli anni ’80 non c’erano ancora specialisti preparati sulla nutrizione, era tutto improvvisato. Passavo da una dieta all’altra, le ho sperimentate tutte: dalle più famose a quella del minestrone o del limone. Ho provato anche le amfetamine. Era un continuo saliscendi: perdevo chili, poi li riprendevo e cercavo di recuperare il risultato».

A tre anni dal matrimonio Iris diventa mamma: nel ’93 nasce Corinna e dopo sette arriva Oriana. «La maternità è stata una gioia grandissima, ma con le gravidanze e l’allattamento il mio peso è schizzato alle stelle. Nessuna dieta faceva più effetto, come se il mio corpo non rispondesse. Il metabolismo era andato in tilt. Più cercavo di dimagrire, più ingrassavo. E anche psicologicamente sono crollata. Per la prima volta ho avuto la netta percezione del mio peso e ho capito di essere obesa. Ero arrivata a 118 chili».

Oltre alla mancanza dell’accettazione di sé, subentrano difficoltà pratiche nella vita di tutti i giorni. «Il problema non era solo trovare vestiti della mia taglia: non mi sentivo più agile, facevo fatica a salire le scale, a camminare. Non era più vita: così ho preso in considerazione la chirurgia bariatrica». Anche quello chirurgico è stato per Iris un percorso in salita. Il primo intervento nel 2002, il bendaggio gastrico (un anello di silicone che limita l’ingresso del cibo nello stomaco), non è risolutivo. «Non riuscivo a gestirlo, stavo male al punto che dopo poco tempo me lo sono fatto togliere. La frustrazione però era tanta. A quel punto ho capito che da sola non potevo farcela, e ho chiesto aiuto».

Grazie al supporto dei medici e degli psicologi, Iris ci riprova, questa volta con successo. «Nel 2003 grazie a un nuovo intervento, la gastroplastica verticale, ho perso circa 35 chili. Dopo l’operazione il rapporto con il cibo è cambiato: l’introduzione era inferiore – c’era meno spazio nello stomaco –, le porzioni più piccole e le scelte più oculate. Poi nel 2009 ho fatto il by-pass gastrico, necessario per mantenere i risultati ottenuti».

Capire di essere obesa fa scattare in Iris anche il desiderio di informarsi sulla malattia e condividere la sua condizione per aiutare gli altri ed essere aiutata. «Nel 2005 ho creato, con due “compagne di viaggio”, l’Associazione Amici Obesi: da allora svolgiamo molte attività sul territorio, con campagne informative, anche sui social. Da dodici anni poi abbiamo istituito gruppi di mutuo auto-aiuto. Siamo come una famiglia: ci riuniamo un sabato sì e uno no. Agli incontri si viene per parlare e condividere la propria storia, o anche solo per ascoltare».

Lo stigma, però, è sempre dietro l’angolo e Iris ci tiene a sottolinearlo: «Chi si fa operare o prende i farmaci per perdere peso spesso si sente dire che è debole, perché sceglie la strada più facile: perché? Non c’è nulla di facile nel percorso terapeutico di una persona con obesità, e ogni scelta è più che giustificata».

Iris Zani oggi è serena, fiera delle battaglie che ha vinto, non solo per sé stessa, anche se il confronto con la bilancia non finisce mai. «Ci siamo battuti per anni per arrivare ad avere una legge, e ci siamo riusciti», dice con orgoglio. «Amici Obesi è stata l’unica associazione a far parte del gruppo interparlamentare che ha messo a punto il testo della nuova normativa. È un traguardo importante, da cui possiamo ripartire: ora l’obesità è ufficialmente una malattia e i pazienti possono finalmente esserne consapevoli, liberarsi dai sensi di colpa e iniziare a chiedere aiuto».

iStock

Parla l’endocrinologa Annamaria Colao: i rischi connessi e le nuove generazioni di farmaci

L’obesità è una malattia, non una colpa. Ora lo dichiara anche la legge: avere chili di troppo non è una semplice condizione, ma un problema di salute da prevenire e curare. Ma è anche una “malattia sociale”, che colpisce di più le persone economicamente deboli: il cibo spazzatura infatti costa meno e fa ingrassare di più.

A parlarcene è Annamaria Colao, vicepresidente del Consiglio superiore di sanità, direttrice del Dipartimento assistenziale integrato di Endocrinologia, diabetologia, andrologia e nutrizione del Policlinico Federico II di Napoli, che da anni con il suo team fa ricerca su questo tema.

Il pensiero comune è che l’obesità derivi dal mangiare troppo e muoversi poco. È così?

«Niente affatto. È una malattia con cause diverse, per questo la si definisce multifattoriale. La predisposizione genetica gioca un ruolo molto importante, influendo sulla modalità con cui ricaviamo ed elaboriamo l’energia dal cibo. I geni, inoltre, regolano il funzionamento di tanti ormoni coinvolti nel metabolismo, come l’insulina (che ha il compito di far entrare gli zuccheri nelle cellule) e la leptina (chiamata anche “ormone della sazietà”). Per questo la persona obesa non va colpevolizzata, ma compresa e curata. Ora che abbiamo una legge che lo riconosce – e l’Italia è la prima al mondo – potremo farlo meglio».

L’educazione alimentare, però, resta la regola numero uno per la prevenzione?

«Sì, e vale per tutti, ma solo se associata all’esercizio fisico. Non mi stancherò mai di ripeterlo ai miei pazienti: non illudetevi, non tutto dipende da quello che si mette in bocca. Senza un programma di attività fisica costante non si riesce a controllare il peso. Uscite di casa tutti i giorni: basta camminare, ma almeno per un’ora. Il movimento non aiuta solo a bruciare calorie, ma contribuisce a modificare l’assetto ormonale».

Quanto incide l’aspetto psicologico?

«Tantissimo. In una società edonistica come la nostra, il paziente obeso viene considerato l’unico responsabile della sua malattia e stigmatizzato. È una persona che fa fatica a lavorare, si sente fuori luogo perché occupa molto spazio, spesso non riesce a curare l’igiene personale e questo si ripercuote sulle relazioni sociali. A dispetto della mole, gli obesi sono individui fragili. Per cambiare sul serio la narrazione di questa patologia, andrebbe affrontata non da uno, ma da un gruppo di esperti: l’endocrinologo, l’internista, il nutrizionista, il personal trainer e, appunto, lo psicologo».

Questa patologia apre anche le porte a una serie di altri rischi per la salute?

«Certo, l’obesità è il primo grado di sviluppo di tutte le malattie croniche non trasmissibili. Mi riferisco ai disturbi cardiovascolari (infarto, ictus), a quelli neurodegenerativi e ai tumori. E il sovrappeso non è altro che il gradino più basso della scala che porta all’obesità. Per questo è un problema che va affrontato da subito, prima che l’Indice di massa corporea (Imc) superi certe soglie. Perché un conto è avere 10 chili da perdere, un altro averne 30-40 o anche di più. È una questione di “effetto massa”: quanto prima si interviene, tanto più rapido e migliore sarà il risultato».

Le nuove generazioni di farmaci antiobesità (semaglutide, liraglutide, tirzepatide) sono la soluzione?

«Grazie a queste nuove molecole saremo in grado di vincere la battaglia contro l’obesità. I farmaci analoghi del GLP-1, infatti, favoriscono il rilascio di insulina, aumentando il senso di sazietà e rallentando lo svuotamento gastrico. Il problema è che hanno costi altissimi e non tutti i pazienti se li possono permettere. Per fortuna la nuova legge ha messo sul tavolo anche l’aspetto della rimborsabilità. Credo che si procederà per gradi, prendendo in carico per primi i pazienti con obesità e comorbilità, cioè già in cura per altre patologie (come diabete e problemi cardiovascolari), che sono quelli più a rischio e con un’aspettativa di vita inferiore».