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mercoledì 30 settembre 2020
 
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(AAVV)

«Un'umanità chiamata Agar. Che, come lei, nell'angoscia di oggi, rischia la disperazione»

Fede e coronavirus. La Quaresima di quest’anno, davvero inedita, ci coglie in cammino verso il buio del Getsemani, la brutalità del Calvario, ma anche verso la luce che promana dalla Resurrezione dell’alba di Pasqua. “Nell'angoscia ho gridato al Signore; mi ha risposto, il Signore” (Salmo 118). Abbiamo voluto aprire un Diario della speranza e raccogliere le riflessioni di diversi personaggi, dal cardinale al prete di strada, dal monaco al vescovo, che ci accompagnano verso la Pasqua. A ognuno abbiamo posto proposto questa traccia di riflessione: «Cosa suggerisce, basandosi sull’Antico e Nuovo Testamento, sulla scorta del Magistero e della sua esperienza pastorale, ai familiari che hanno perso un loro caro, agli ammalati che stanno combattendo contro il virus, alle persone che hanno una paura profonda e paralizzante per sé, per i propri cari, per l’Italia?».

Il tredicesimo contributo è di don Vito Martinelli*

UN DIO CHE DISORIENTA. LO SMARRIMENTO. L'ANGOSCIA. POI, IL MIRACOLO

Bella storia, quella di Agar. Una storia al femminile, piantata nel cuore del primo libro della Bibbia: la Genesi (16.21). Agar è la schiava egiziana di Sàrai, moglie di Abram. La sua è la vicenda di una donna senza libertà. Sàrai è sterile. È Agar a dare un figlio ad Abram, Ismaele. Più tardi, arriverà Isacco. Arriverà come un prodigio, per Sàrai e Abram. Troppo vecchi, infatti, per avere un figlio. Due bambini, Ismaele e Isacco, fratelli e con madri diverse, a un certo punto, si ritrovano a vivere e a giocare nello stesso accampamento. Due donne, Sàrai e Agar, a un certo punto, si ritrovano l’una di fronte all’altra. La gelosia, allora, gioca la sua partita. Sàrai convince Abram, a cui Dio ha cambiato il nome in Abramo, a cacciare Agar e Ismaele. Abramo prende del pane e un otre di acqua, li dà ad Agar. Agar e Ismaele vengono mandati via. La vicenda si fa tristissima. Una donna e un bambino, ormai, sono soli nel deserto. Sono abbandonati al loro destino. Hanno un po’ di pane e dell’acqua. Prima o poi, però, il pane e l’acqua finiranno. Resterà, soltanto, il deserto. Resterà, soltanto, la morte. Il cammino è di non ritorno. È proprio da questo punto di non ritorno che Dio comincia ad agire. Il punto di non ritorno per l’uomo è il punto da cui Dio inizia a compiere miracoli. Eppure, Dio, nella vicenda di Agar, è stato scandalosamente, dalla parte di Sara e di Abramo. È stato, scandalosamente, dalla parte dei più forti. Il comportamento colpevole di Dio disorienta. Nello sconcerto che ne deriva, sfugge, quasi sempre, però, il particolare dell’otre e del pane, posti sulle spalle di Agar. Eppure, quell’otre e quel pane portano racchiusi, in se stessi, la speranza. Custodiscono la vita.

È tempo di coronavirus. Agar nel deserto, oggi, è l’umanità. Il contagio dilagante; la morte che ingoia vite umane; gli stili di vita che saltano; la crisi globale che avanza sembrano i nostri punti di non ritorno. Aprono, davanti a noi, un deserto di domande senza risposte. L’angoscia potrebbe prendere il sopravvento. Noi, come Agar, rischiamo di cedere alla disperazione. La speranza e la vita, proprio come il pane e l’acqua di Agar, sembrano esaurirsi. Agar cederà alla disperazione, quando l’acqua sarà terminata. La disperazione la accecherà. Dio, in quel momento, le farà vedere un pozzo pieno di acqua. È lo stile di Dio. Dio si inserisce, sempre, nelle storie di smarrimento, scrivendo storie di salvezza.

La nostra umanità che, in tempo di emergenza sanitaria, è come Agar nel deserto, proprio come lei ha, sulle spalle, i suoi scrigni di speranza. Si chiamano scienza e tecnica. Sono scrigni, sì, rispetto a una pandemia tanto violenta quanto sconfinata. Eppure, quegli scrigni stanno permettendo la traversata nel deserto. Stanno sostenendo la vita e la speranza. Dio sta mettendo, in quegli scrigni, quanto è necessario alla durata del cammino. Il cammino sembra distendersi su un tempo senza fine. La speranza sembra adombrarsi. Colui che crede, però, vive il proprio smarrimento accompagnato dal Signore. Sa di non poter colmare, da solo, il proprio deserto. Coltiva la gioia di sentirsi amato da Dio.

Non abbiamo motivo di pensare che, nel cuore stesso del deserto, non ci sia, anche per noi, una sorgente d’acqua. Non abbiamo motivo di credere che la vita non possa riprendere a vivere e a fiorire. Questa umanità è nel cuore e nei pensieri di Dio. Ciò che, oggi, viviamo come smarrimento, presto lo vivremo come smarrimento nato dallo stupore e dalla bellezza. C’è una sorgente di acqua ad attenderci. C’è da esserne certi. Sarà Dio a mostrarcela. Sarà la fede a riconoscerla.

* L'AUTORE

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Ha festeggiato 50 anni qualche giorno fa. Don Vito Martinelli è nato il 29 marzo 1970. È stato ordinato il: 3 febbnraio 2007. Teologo, esperto comunicatore, don Vito è ora parroco del Sacro Cuore, a Corato (Bari).


13 aprile 2020

 
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