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Papa Leone in Piazza san Pietro prende in braccio una bambina.
Tradizionalmente celebrata il 29 giugno, santi Pietro e Paolo, la Giornata per la Carità del Papa, eredità del tradizionale Obolo di San Pietro, nel 2026 è stata spostata oggi, domenica precedente, tranne che nella Diocesi di Roma, in cui il 29 è comunque un giorno festivo, cadendovi la festa dei santi patroni.
La Chiesa in Italia partecipa a questo appuntamento destinando le offerte raccolte durante le Celebrazioni Eucaristiche al Santo Padre, per il suo intervento verso le persone e le comunità più bisognose. «Un’occasione propizia», la definisce Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, nella lettera alle Diocesi, «perché, attraverso il nostro piccolo contributo, la carezza del Padre possa giungere a chi soffre».
«Siamo convinti che la fede, per essere autentica, debba infatti tradursi in un amore che non si accontenta, che non si chiude nel perimetro dei nostri bisogni, ma che ‘sovrabbonda’, arrivando a toccare le ferite del mondo intero», scrive Mons. Baturi in una lettera inviata a tutte le parrocchie italiane.
«Come Chiese in Italia e in comunione con le altre Chiese», conclude il Segretario Generale, «rinnoviamo il nostro impegno a partecipare attivamente a questo grande disegno di amore, consapevoli che ogni nostro gesto concreto si trasforma in aiuti essenziali per tante opere caritative, in favore di persone e famiglie in difficoltà estrema, popolazioni devastate da guerre o colpite da calamità naturali, comunità che necessitano di un sostegno urgente in termini di assistenza sanitaria e di educazione».
La giornata rimanda alla tradizione dell’Obolo di san Pietro, nato in riferimento alla vita pubblica di Gesù, dedicata all’annuncio della Buona Novella, che accettava aiuti materiali per sostentarsi con gli apostoli e aiutare i bisognosi. Non solo, nei viaggi apostolici di San Paolo il tema del dono e della condivisione ha rappresentato, fin dall’inizio, uno dei temi della sua predicazione, sollecitando la colletta a favore della Chiesa Madre di Gerusalemme
Questa partecipazione concreta ai bisogni della comunità ha preso forme diverse nel corso della storia, facendo emergere la consapevolezza che tutti i battezzati sono chiamati a sostenere, a seconda delle loro possibilità, l’opera di evangelizzazione e al tempo stesso a soccorrere i più bisognosi ovunque nel mondo.
«L’Obolo, come donazione al Successore di Pietro», si legge nelle fonti vaticane sulla storia di questa tradizione, «risale al VII secolo, con la conversione degli Anglosassoni, i quali, essendo stati evangelizzati dai missionari inviati da Roma, avevano un vincolo di devozione forte verso il Papa e cominciarono a recarsi in pellegrinaggio a Roma. Qui sorse la Schola Saxonum, una sorta di casa del pellegrino per l’assistenza spirituale e materiale ai pellegrini. Per poterla mantenere, i sovrani sassoni istituirono una colletta che, in base alle prime leggi dell’XI secolo, veniva raccolta per nucleo familiare, nei giorni della ricorrenza della solennità dei Santi di Pietro e Paolo, e poi consegnata al Papa, il quale la ripartiva in parti uguali tra la Santa Sede e la Schola. Nei secoli successivi con l’adesione al cristianesimo di altri popoli europei divenne sempre più un contributo di devozione, un’espressione dell’unità e corresponsabilità nella Chiesa».
La situazione cambiò con la fine dello Stato pontificio (1870) quando: «In molti paesi si modificò il legame tra i popoli cristiani e la Santa Sede. Questo fece acquisire anche all’Obolo di San Pietro un significato del tutto nuovo, che si tramanda sino ai nostri giorni.
In Europa e Oltreoceano, sorse un movimento spontaneo di cattolici per offrire spontaneamente aiuto materiale al Papa, che iniziò a destinare parte dell’Obolo anche alla cura dei più sofferenti (per esempio il terremoto in Croazia nel 1881)».



