Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
sabato 18 maggio 2024
 
Il blog di Gianfranco Ravasi Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

Cresima e Nuovo Testamento

Tempo fa ho ricevuto una lettera di questo tenore: «Sono stata invitata a fare da madrina a una Cresima. La mia famiglia ha un ramo ebraico e, così, mi è accaduto di essere invitata anche a una bar-mitzvah di un cuginetto, cioè al rito della sua maturità religiosa, e mi ha colpito il rilievo che esso ha anche a livello familiare. Da noi, invece, la Cresima è sempre più rara e meno sentita. Sarà forse perché è assente nel Nuovo Testamento ed è solo un’istituzione ecclesiale?». Ho recuperato questo interrogativo collocandolo nella solennità di Pentecoste che celebriamo e che si fonda sul dono generale dello Spirito Santo alla Chiesa (Atti 2). Tenterò una risposta essenziale.

Negli Atti degli apostoli ci incontriamo con due episodi significativi che attestano l’esistenza di due riti distinti: il battesimo e una successiva «imposizione delle mani» con il conferimento dello Spirito ad opera di un apostolo. Così, a Samaria il diacono Filippo annunzia il Vangelo e battezza molti credenti. Ma ecco che da Gerusalemme giungono gli apostoli Pietro e Giovanni: «Essi pregarono per costoro perché ricevessero lo Spirito Santo: non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (Atti 8,15-17).

È evidente la distinzione tra i due momenti, i due atti e i due riti, anche se connessi tra loro: c’è il battesimo, inizio radicale della salvezza divina, e c’è la tappa successiva che è posta quasi a suggello del primo percorso della vita cristiana. Qualcosa di simile si verifica anche nel secondo episodio, sempre registrato dagli Atti degli apostoli (19,1-7). Paolo, durante il suo terzo viaggio missionario, giunge a Efeso e qui incontra un gruppo di battezzati secondo il rito di Giovanni Battista. Essi ignorano la stessa esistenza dello Spirito Santo. L’apostolo, allora, li battezza «nel nome del Signore Gesù». Ma il racconto continua così: «Non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo». Anche in questo caso si hanno due atti distinti, il battesimo e l’imposizione delle mani, due gesti che le Chiese d’Oriente ancor oggi coordinano in una successione stretta, così da conferire in connessione Battesimo e Cresima.

Questa continuità può essere forse ben illustrata attraverso un altro passo più allusivo che si presenta quasi fosse l’illustrazione di quei due momenti rituali e del loro legame. Paolo rievoca per i cristiani di Corinto le origini della sua e della loro vita di fede e di salvezza con queste parole: «Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; noi tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1Corinzi 12,13). C’è, dunque, il dono primordiale dello Spirito Santo nel Battesimo e c’è, poi, il momento della pienezza in cui si è dissetati totalmente attingendo alla ricchezza dei doni dello stesso Spirito.

Si potrebbe dire che il sacramento della Confermazione o Cresima è posto quasi a suggello dell’esperienza battesimale. In questo senso – proprio attraverso i simboli dell’«unzione sacra» (in greco chrisma, donde Cresima) e del «sigillo» – può essere assunto un passo della Seconda Lettera di Paolo ai Corinzi: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori» (1, 21-22). L’unzione è il segno di una consacrazione, e il sigillo è indizio di appartenenza. Entrambi i simboli rimandano, poi, alla pienezza e alla forza della testimonianza che il cristiano deve offrire nel nome del Signore Gesù.


16 maggio 2024

 
Pubblicità
Edicola San Paolo