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giovedì 28 maggio 2020
 
Il grande libro del Creato Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

Deserto, tenebre e abisso: ecco il nulla

Chi  ha definito  le dimensioni della terra, se mai lo sai? Chi ha teso su di essa lo strumento di misurazione? Dove sono fissate le sue fondamenta? Chi ha gettato la sua pietra angolare?».

Questi interrogativi incalzanti che Dio, il Creatore, lancia a Giobbe alla fine della sua lunga protesta (38, 5-6) fanno intuire l’antica concezione che gli autori biblici avevano della Terra. Un’immensa piattaforma quadrata (si parla spesso delle «quattro estremità ») è sostenuta da possenti colonne che la reggono sulla distesa dell’oceano, simbolo delle acque caotiche e del nulla. Su di essa si leva la grandiosa cupola del cielo.

Noi, però, nel nostro itinerario alla ricerca del messaggio biblico sulla creazione ritorniamo alla pagina di apertura della Scrittura, al capitolo 1 del libro della Genesi, anzi, al suo primo versetto: «In principio Dio creò il cielo e la terra». Il verbo ebraico usato per sette volte nel primo capitolo della Genesi è bara, “creare”, e indica l’opera del taglialegna o dello scultore che trasformano una materia grezza. Naturalmente l’atto creativo è qualcosa di diverso perché suppone il nulla e non un dato preesistente, come fanno appunto gli artigiani e gli artisti. Ora, la mentalità semitica faticava a esprimere concetti astratti come è appunto quello di «nulla».

È così che, allora, l’autore sacro è ricorso a tre immagini: «La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso» (1,2). In ebraico «informe e deserto» è tohu wabohu, un’espressione dal suono cupo: essa evoca una supercie desertica, desolata, che indica assenza di vita, silenzio e morte, il nulla appunto. Ci sono poi le «tenebre», negazione della luce: il primo atto creativo darà appunto origine alla luce («Sia la luce! E la luce fu» 1, 3).

Infine c’è l’«abisso», in ebraico tehom, che si spalanca sotto la terra che – come si diceva – era allora concepita simile a una piattaforma sostenuta da colonne che si ergono proprio su quel  vuoto abissale e vertiginoso. Deserto, tenebra, abisso è la triade simbolica, usata dall’autore sacro per designare il nulla che sta alle spalle dell’atto creativo divino. Un’altra immagine che sarà adottata altrove nella Bibbia, e che avremo occasione in futuro di illustrare, è quella del mare che è visto come un mostro che rode con le sue onde la terraferma, cioè l’essere creato. Quando si sarà in epoca ellenistica (III-II sec. a.C.) e si useranno le categorie filosofiche greche di «essere» e «nulla », allora anche la Bibbia si adatterà a quel linguaggio: «Dio ha fatto il cielo e la terra e quanto è in essi non da cose preesistenti e tale è anche l’origine del genere umano» (2 Maccabei 7, 28).

Nella versione della creazione secondo la Bibbia è indubbio il primato del Creatore. Gli ebrei mitteleuropei detti Chassidim («i pii»), sorti nel ’700 e distrutti dal nazismo, intonavano questo bel cantico a Dio: «Dovunque io vada, Tu; dovunque io sosti, Tu; solo Tu, ancora Tu, sempre Tu! Cielo, Tu; terra, Tu. Dovunque giro, dovunque miro, Tu; solo Tu, ancora Tu, sempre Tu». Questa presenza, però, non significa identità panteistica tra Creato e Creatore. Il grande poeta tedesco Hölderlin pensava che la creazione avvenisse come l’emergere dei continenti in seguito al ritrarsi degli oceani: Dio crea, quasi ritirandosi per lasciare spazio alla creatura e, nel caso dell’uomo, per lasciare un varco alla libertà che può diventare anche una sda a Dio. È quello che ancora il giudaismo chiamava lo zimzum, cioè il «ritirarsi» del Creatore nei confronti del Creato. È, questo, un modo simbolico che certamente non nega l’innito di Dio, che tutto supera e avvolge. Ci ricorda, però, che siamo limitati e non divini, che siamo opera delle mani del Creatore che ci precede e ci supera.


12 dicembre 2019

 
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