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lunedì 20 settembre 2021
 
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Domenica 27 giugno - V Domenica dopo Pentecoste

La pagina del Vangelo, ambientata durante la preparazione per la festa di Pasqua, vede Gesù ritirarsi dopo essersi proclamato «luce», e poi un accorato intervento in prima persona dell’evangelista (vv. 27-43). Questi descrive il fallimento della missione di Gesù, «sebbene avesse compiuto segni così grandi» davanti al popolo, che non crede in lui. Per dare senso a tale incredulità, Giovanni cita Isaia, il profeta che più di tutti ha influenzato il Quarto vangelo.

Nel confronto tra la missione del profeta e quella di Gesù emerge la figura del Servo, il protagonista del quarto canto (Isaia 52,13–53,12), da cui Giovanni estrae il versetto «Chi ha creduto alla nostra parola?...». Il Servo sofferente sembra patire una prova inutile, ma è riscattato da Dio, come si legge alla conclusione del carme. L’evangelista poi si domanda, ancora attraverso un’altra citazione dal profeta (Isaia 6,9-10), come si siano potuti accecare gli occhi di alcuni davanti alla luce di Gesù, e risponde che «Dio ha reso ciechi i loro occhi e duro il loro cuore». Con ciò non afferma che Dio ha voluto che il suo popolo non credesse, ma piuttosto che quella parola che in primo luogo si è concretizzata nella vita del profeta si ripropone nel rifiuto di Gesù da parte delle autorità del popolo.

Gesù riprende ora la parola e invita alla fede in lui, che è venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede non rimanga nelle tenebre.

Quanto sia fondamentale la fede ce lo insegna Abramo, che per fede ha affrontato le tenebre che ha trovato nel percorso della sua vita: l’infertilità, e le altre prove che secondo i rabbini culminano con la decima, quella dell’offerta del figlio Isacco. La fede di Abramo è il centro del capitolo quarto della Lettera ai Romani, dove Paolo riprende il verbo “fidarsi” (Abramo «credette a Dio»), che ha permesso ad Abramo di essere giusto davanti a Dio, ancor prima della circoncisione.

La circoncisione, di cui parla per la prima volta la Scrittura in questa pagina della Genesi, è un segno di alleanza ed è una ferita. Abramo, nonostante avesse lasciato la sua famiglia e la terra per un luogo sconosciuto, non ha ancora un figlio. È come se la sua capacità generativa fosse pregiudicata da qualcosa, e non solo dalla sterilità di Sara. Ecco perché a un certo punto il Signore conferma la sua promessa offrendo di nuovo un’alleanza: questa volta però non più attraverso un segno esterno – come l’arcobaleno (Genesi 9,13), o gli animali tagliati a pezzi da Abramo (Genesi 15) – ma un segno nella carne, che diventerà poi il più evidente elemento identitario degli ebrei.

Paolo insegna che la fede conta più di qualsiasi segno, e questo vale anche per noi, che in questo tempo difficile siamo tentati di chiuderci in noi stessi e di disperare, senza vedere un domani. Anche noi siamo toccati dalla sterilità e dalla denatalità, e la pandemia ha accentuato le nostre sofferenze. La luce che viene dalla fede in Gesù ci permette però di uscire dalle nostre tenebre e di incontrare Dio e andare verso gli altri.


24 giugno 2021

 
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