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giovedì 23 maggio 2024
 

Domenica delle Palme - 5 aprile 2020

Passione che si può vivere nell'amore

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». [...] Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Matteo 26,14-27,66

Tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture». Se vogliamo provare ad ascoltare in modo unitario la Passione di Gesù secondo Matteo notiamo che molte volte, esplicitamente o implicitamente, vengono citate le scritture; questo ritornello pervade quasi ogni capoverso del racconto.

Mentre negli altri evangelisti tale elemento è forte, in Matteo è fortissimo. Perché? Forse l’evangelista vuole ripetere: «Visto? Gesù ha fatto quello che era scritto, aveva ragione Lui, non stiamo raccontando frottole!» o cose simili? 

No, la Parola di Dio non è così banale. Non ha bisogno di autocertificarsi, non sta sulla difensiva, ma è propositiva, creatrice. Allora perché questa ridondanza di citazioni?

Gesù non va avanti improvvisando e come un musicista suona leggendo uno spartito. Così Gesù sta eseguendo il piano del Padre. L’ultima parola che viene detta da Gesù, secondo Matteo, è la citazione del Salmo 22, «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che non è solo il suo dolore ma la chiave di tutto. Se infatti andiamo a leggere quel Salmo, vedremo il suo dramma reso preghiera, ma tutto intero, fino alla gloria, resurrezione compresa. Per capire dove porta il suo dolore bisogna leggere quel Salmo. È proprio vero quel che diceva san Girolamo: «Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo».

Ma a cosa serve questa prospettiva? Quando la salvezza entra nella nostra esistenza inizia a svelarsi che la nostra storia non è solo una concatenazione di atti umani, ma c’è, in modo inspiegabile, comunque in atto un disegno di Dio. Ed è sempre disegno di salvezza. Esistono le responsabilità umane, esistono le nostre colpe, esistono le ingiustizie, e il male non va fatto, e chi commette ingiustizie ne renderà conto a Dio. I dolori vanno leniti, curati e, se possibile, evitati. Ma c’è un piano che Dio, malgrado il male che noi facciamo o subiamo, comunque porta avanti.

 

UN PROGETTO DI SALVEZZA.

Dio sa trarre fuori il bene dal male. E ha un solo progetto, come dice san Paolo: «Vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4) e lo offre sempre e comunque, in tutte le cose che ci accadono, persino in quelle di cui Lui poi chiederà conto.

Da dove viene il Covid-19? Non lo so, chissà se lo sapremo mai veramente. Ma si può trovare il filo della nostra salvezza na- scosto anche in questa situazione. Se Dio ha salvato il mondo per mezzo del più grande dei delitti, la croce di Cristo, e ha rovesciato in salvezza il male che ha subito, la nostra fede annunzia che anche nel dolore immenso di tanti, nelle persone morte senza i loro cari accanto e in tutto il disastro che è venuto e che verrà – con tutte le ripercussioni sanitarie ed economiche che finiranno addosso ai più deboli, tragicamente – comunque da parte di Dio questo può divenire salvezza. Non è un meccanismo automatico. È un’offerta di Dio. La croce di per sé è solo un patibolo, Cristo l’ha fatta diventare atto di amore. Questa è l’occasione presente. C’è una passione in corso, ma può essere vissuta nell’amore. La nostra resta sempre e comunque una storia di salvezza.


02 aprile 2020

 
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