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Caro don Stefano, ho appreso la notizia del suicidio di un giovane sacerdote della diocesi di Novara. Se resto affranta di fronte a ogni suicidio, quello di un prete mi sgomenta. Possibile che la fede non lo abbia aiutato?
EMILIA
Cara Emilia, quando eventi così terribili si consumano, come quella che riguarda don Matteo Balzano, 35 anni, restiamo tutti interdetti, senza parole, disorientati. Evidentemente qualcosa si era spezzato in modo irreparabile dentro al cuore di questo ragazzo dall’aspetto gentile. Qualcuno aveva intercettato il suo malessere? Si confidava con qualcuno? I confratelli erano in contatto con lui?
Domande che ora, però, sono secondarie, perché non è questo il momento di speculare sui motivi di un gesto disperato, che resta impenetrabile come lo è quel mistero che è il cuore umano. Ora è il momento del pianto, del silenzio, della preghiera. La fede non è un’assicurazione contro i mali dell’anima, ma una relazione con Dio e con i fratelli che conosce tutta la fragilità di noi umani.
Come comunità cristiana, insieme a quella di Canobbio di cui il giovane prete era vicario parrocchiale, dovremo però dopo domandarci seriamente cosa chiediamo a un prete, cosa gli offriamo in termini di calore e di compagnia umana, quanto accettiamo le sue fragilità, quanto siamo giudicanti quando non risponde alle attese altissime, quasi da superuomo, che spesso gli chiediamo. Dovremo domandarci tutti se il modello di vita di oggi qui in Occidente, così performativo e poco propenso a forme di vicinanza umana nel quotidiano per mancanza di tempo, non abbia trasformato i sacerdoti a meri dispensatori di servizi del sacro: Messe, Battesimi, funerali, visite ai malati, grest, burocrazia parrocchiale, ecc. ecc. Li stiamo lasciando soli? Chi li ascolta? Chi ne è amico vero?




