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sabato 27 novembre 2021
 
50 parole ebraiche usate da Gesù Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

HALLELÛ JAH: lodate il Signore

Questa acclamazione, caratteristica del tempo liturgico che stiamo vivendo, veniva intonata in particolare nel rito di Pasqua. Si trova spesso nei Salmi, il cui nome deriva dalla stessa radice

È spontaneo per il fedele cristiano intonare questa acclamazione ebraica nella liturgia, soprattutto pasquale, tant’è vero che essa scandisce l’annuncio stesso della risurrezione nella Veglia di Pasqua. Forse è anche facile per molti risentire nell’orecchio l’impressionante cascata di hallelujah che risuona nel Messia, il celebre oratorio composto dal musicista tedesco Georg Friedrich Händel nel 1742. Il signi‰cato è semplice anche nella decifrazione della formula ebraica: all’imperativo hallelû, «lodate», si unisce l’oggetto del canto, Jah, forma abbreviata di Jahweh, il nome sacro del Dio biblico.

La radice è, perciò, da identi‰care in quelle tre consonanti h-l-l che risuonano 146 volte nell’Antico Testamento, collegate al verbo hallel, «lodare », e generano il sostantivo tehillah, «lode», un vocabolo presente 57 volte nella Bibbia che ha dato il titolo all’intero libro dei Salmi, tehillîm, «i canti di lode». Considerato il tempo pasquale che stiamo vivendo, ricorderemo che la serie dei Salmi 113-118 viene definita l’«Hallel pasquale» perché veniva intonato dagli Ebrei nel rito di pasqua, rito concluso dal «Grande Hallel», cioè il Salmo 136, una solenne professione di fede per solista e coro.

È legittimo pensare che lo stesso Gesù abbia cantato coi suoi discepoli uno di questi Hallel durante l’ultima cena, oppure il «Grande Hallel», se stiamo a una nota dell’evangelista Matteo: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (26,30). Il fi‰lo musicale ideale dell’hallelujah possiamo inseguirlo all’interno del Salterio. Eccone alcuni esempi: «In Dio io lodo (hallel) la sua parola… Lodate (hallelû), servi del Signore, lodate il nome del Signore… Genti tutte, lodate (hallelû) il Signore… Sette volte al giorno io ti lodo (hallel) per i tuoi giusti giudizi» (Salmi 56,8; 113,1; 117,1; 119,164).

Ma vogliamo affi‰dare alla lettura orante personale il Salmo che chiude l’intero Salterio, il 150, un hallelujah corale veramente esaltante, divenuto un brano caro alla musica religiosa, da Benedetto Marcello a César Franck, da Anton Bruckner e Igor Stravinskij nella sua Sinfonia di Salmi, a Benjamin Britten e così via. Che l’inno sia stato destinato alla liturgia del tempio di Gerusalemme appare da due elementi. Innanzitutto l’esplicita menzione del «santuario», in collegamento con la «fortezza celeste» in cui risiede il Signore (v. 1). In secondo luogo l’elenco degli strumenti dell’orchestra del tempio: corno, arpa, cetra, timpano, corde, ¨auti, «cembali sonori e cembali squillanti». Ad essi si aggiunge la danza sacra e in ‰finale si ha un’evocazione allusiva a «ciò che respira», che può intendersi come un riferimento agli strumenti a ‰fiato, o alle voci della corale del tempio di Sion, oppure all’intera assemblea planetaria degli esseri viventi che a loro modo lodano Dio (la tradizione popolare giudaica era convinta che persino la rana, col suo gracidare, lodasse il Creatore meglio di Davide).

Ma i versetti del Salmo sono percorsi proprio da un reiterato hallelûhû, «lodatelo», che echeggia dieci volte, a cui si aggiungono in apertura e in fi‰nale tre hallelû-jah, «lodate il Signore ». Siamo, così, di fronte a un imponente inno di lode cantato e musicato. E il ‰lo sonoro può raggiungere idealmente anche l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse: «Una voce potente di folla immensa nel cielo cantava: Hallelujah!» (19,1).


08 aprile 2021

 
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