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sabato 25 giugno 2022
 
50 parole greche del Nuovo Testamento Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

HYPSÓÔ: innalzare, esaltare

Chi è stato pellegrino in Terrasanta ricorderà la tappa sulla vetta del monte degli Ulivi, col ricordo  dell’ascensione al cielo di Cristo risorto. Lassù i bizantini, prima, e i crociati, poi, eressero un tempietto  senza cupola (quella che c’è ora è stata imposta all’edificio quando fu trasformato in moschea) e su una  roccia si mostrano, con un po’ di fantasia, le impronte dei piedi di Gesù nello slancio dell’ascesa al cielo.  Il grande pittore Andrea Mantegna, alla fine del ’400, creerà uno stupendo trittico, conservato agli Uffizi di  Firenze, centrato sul Cristo avvolto in una mandorla di angeli e sospeso in un cielo trasparente costellato  di nuvolette.

In realtà, il senso profondo dell’evento dell’Ascensione che celebriamo in questa settimana  (Luca 24,50-53; Atti 1,6-12) non è da intendere in senso spaziale, quasi fosse un’impresa astronautica.  Infatti, l’area celeste è considerata come il simbolo dell’ambito divino: Gesù, che finora era nel nostro  orizzonte terreno e storico, con la risurrezione ritorna nella gloria della sua eternità e infinità di Figlio di  Dio. Ecco perché, sia Giovanni nel suo Vangelo, sia Paolo in alcuni passi delle sue Lettere presentano la  Pasqua di Cristo come un “innalzamento”: abbiamo, così, scelto il verbo greco hypsóô, che ricorre 20  volte nel Nuovo Testamento e dal quale derivano altri vocaboli analoghi come il sostantivo hýpsos,  «altezza» (6 volte) e il superlativo hýpsistos (13 volte) che evoca sia Dio l’“Altissimo”, sia le zone celesti. 

Noi ci soffermeremo sull’“innalzamento” o “esaltazione” di Cristo come espressione della sua risurrezione.  Rimandiamo subito al quarto Vangelo nel quale è registrato un dato interessante. Gesù  presenta la sua elevazione sulla croce già come una vera e propria ascensione-risurrezione: «Come Mosè  innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo… Quando avrete  innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono [il nome biblico di Dio]… Quando sarò innalzato da  terra, attirerò tutti a me» (Giovanni 3,14; 8,28; 12,32).

Sulla croce, quindi, Cristo viene quasi insediato  nella sua dignità di sovrano universale. Il supplizio del condannato si trasforma in un trono regale. La  crocifissione è, dunque, già la sua glorificazione pasquale, e verso quel legno infitto tra le pietre del  Golgota confluisce l’umanità redenta («tutti attirerò a me»). Nell’Incarnazione egli era sceso dal suo  mondo divino venendo in mezzo e diventando simile a noi; con la morte egli conclude la sua parabola  storica, ma è “innalzato” in quell’orizzonte trascendente, eterno e infinito che gli appartiene come Figlio di  Dio.

San Paolo ha cantato questa discesa e ascesa nel celebre inno della Lettera ai Filippesi che citiamo  ora, a suggello della nostra riflessione sul verbo hypsóô, nei suoi passaggi fondamentali: «Dall’aspetto  riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.  Per questo Dio lo innalzò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni  ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Filippesi 2,6-11). Già san Pietro davanti al  Sinedrio aveva proclamato: «Dio ha innalzato Cristo alla sua destra come capo e salvatore, per dare a  Israele conversione e perdono dei peccati» (Atti 5,31).

 

 


26 maggio 2022

 
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