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venerdì 23 febbraio 2024
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

I volti della giustizia

«La giustizia è l’insieme delle norme che perpetuano un profilo e un modello di umanità all’interno di una società». Così annotava nei suoi taccuini lo scrittore aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), l’autore de Il piccolo principe. Ed effettivamente, senza la giustizia secondo le sue varie forme, non avremmo un volto autenticamente umano e saremmo in una giungla in cui vige la legge del più forte.

Per questo è necessario che ci siano princìpi etico-sociali oggettivi da incarnare nelle legislazioni, contro ogni tentazione di quello che papa Benedetto XVI sottolineava come rischio costante nella storia, il relativismo. Secondo quest’ultima concezione la convenienza, il potere, l’opinione dominante determinerebbero a piacere l’essenza e i confini del bene e del male e, quindi, del giusto e dell’ingiusto.

Continuiamo, perciò, anche in questa tappa del nostro viaggio all’interno delle virtù cardinali, con una riflessione più generale, chiedendo un particolare impegno ai nostri lettori nel poter seguire un discorso un po’ complesso.

Nella cultura greca, che è pur sempre una delle fonti capitali della nostra civiltà, «giustizia» è díke, un vocabolo dall’etimologia suggestiva perché rimanda alla radice dik- che è alla base del verbo greco déiknymi, «mostrare, indicare». La giustizia è, dunque, una guida, una direttiva da seguire, una lampada che orienta i passi lungo la via corretta. Essa copre, allora, una gamma molto varia di significati. Può allargarsi fino al punto di abbracciare ogni virtù e ogni bene: non è forse vero che, quando si definisce come “giusta” una persona, se ne vuole esaltare l’integrità morale totale? In questa luce il filosofo Platone, nel suo dialogo intitolato La Repubblica, definiva la giustizia come «il compiere il proprio dovere» personale e sociale.

Il concetto di giustizia può, però, diventare estremamente specifico e ricevere un altro significato esclusivo. È il caso della dikaiosýne teologica, sviluppata soprattutto da san Paolo. Questa «giustizia-giustificazione» è lo stato del credente che, nella fede, ha accolto il dono della grazia divina, avendone tutta la vita trasfigurata e trasformata. Non è, dunque, una virtù umana che fiorisce dalle opere giuste compiute ma è la «giustizia di Dio», cioè un suo dono: «Non è una mia giustizia derivante dalla legge» – scrive Paolo ai Filippesi – «bensì quella che viene dalla fede in Cristo, cioè la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede» (3,9).

Di questa particolare «giustizia» noi ora non ci interesseremo: ne parleremo quando svilupperemo la nostra trattazione sulla virtù teologale della «fede». Certo, essa ha anche una ricaduta – in sede di morale cristiana – sul concetto più ampio di giustizia sopra evocato. Infatti, per compiere atti di giustizia e condurre una vita giusta, secondo questa prospettiva, non è più sufficiente il solo impegno umano, bensì anche il dono della grazia divina che irrompe nel credente e fa sì che la sua giustizia sia piena e si coniughi con la fede.

Quest’ultimo aspetto è di grande rilievo: nella visione cristiana non è possibile disgiungere giustizia e amore perché l’una è il primo passo per raggiungere l’altro. Lo scrittore cattolico francese François Mauriac, nel romanzo Il caso Favre-Bulle (1931) dichiarava: «Quello che v’è di più orrendo nel mondo è la giustizia separata dalla carità».

In questa linea sarebbe sempre importante che i cattolici (ma non solo) leggessero gli spunti offerti da papa Francesco nella Fratelli tutti. Finiamo, però, con una piccola nota marginale ma suggestiva. Maria, nelle Litanie Lauretane, è invocata come speculum iustitiae, «specchio di giustizia», ed essa esercita questa virtù nel senso paolino: intercederà per noi peccatori e per la nostra salvezza nel giorno del Giudizio divino.


14 settembre 2023

 
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