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domenica 31 maggio 2020
 

III Domenica del tempo ordinario (Anno A) 26 gennaio 2020

La Luce che guarisce chi è malato di buio

[Gesù]andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce» Matteo 4,12-23

La Parola di Dio crea il mondo. Dal soffo della sua bocca furono fatti i cieli, dice un Salmo; Dio parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste, dice ancora lo stesso testo (Sal 33,6.9). La prima lettura di questa domenica, che papa Francesco ha voluto come “Domenica della Parola”, è un testo di Isaia che racconta di una luce che porta la gioia e la libertà dall’oppressione. Una parola può liberare?

In un certo senso dobbiamo chiederci prima il contrario: una parola può incarcerare? Sì. Lo racconta il capitolo 3 del libro della Genesi: la parola del serpente, una parola di menzogna, ingannò l’umanità, rappresentata da Eva, chiudendola in una vita di vergogna e di competizione e introducendo la solitudine nel mondo. È una parola quella che condanna il cuore dell’uomo. Se una persona si convince di una cosa sbagliata, tutta la vita va fuori mira. Ma nel Vangelo compare la luce che libera l’uomo.

Il posto scelto sembra un’informazione solo geograca, ma niente è banale nelle Scritture. La terra a cui si fa riferimento è la cosiddetta “via del mare”, arteria comunicativa importante dell’epoca. Come il suo nome suggeriva, era la via per arrivare al Mediterraneo, da est o da nord. Un luogo di passaggio. Cristo non si mette sul cucuzzolo di un monte, luogo tipico delle manifestazioni divine, ma per strada, una strada piena di gente, dove le persone passano con le loro frette, le loro priorità, le loro ansie e i loro obiettivi. Il Signore Gesù fa splendere la luce, che è la parola al centro di questo Vangelo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

C’è un’altra direzione, che non è il frutto di ansie o di desideri confusi: è il regno dei cieli, ci si può andare, è accessibile. Sulla via del mare, sulla via dei commerci umani, dove le persone vanno e vengono ma non arrivano mai, si può essere chiamati, come avviene a Simon Pietro e a suo fratello Andrea proprio mentre gettano le reti, all’inizio del lavoro, mentre si inaugura un altro tentativo di procurarsi la vita, come fa ogni persona normalmente, e ci si sente dire che c’è un’altra vita.

OGNI LUOGO È PENULTIMO.

Alla fin fine coloro che vengono chiamati alla luce sono proprio loro, ma quale sarebbe la loro tenebra? È la vita in una “regione di morte”. Per quanto ci si dia da fare, ogni regione umana è semplicemente il posto che prima o poi ci vedrà morire, ogni luogo è penultimo, poi arriva la ne. Pescare sì, ma prima o poi morire.

Un’ombra nel cuore umano: stai solo camminando verso il nulla. Ma qual è la luce? Coloro che camminavano verso il Mediterraneo avevano la possibilità di cambiare direzione e puntare il Regno dei cieli, perché – dice il greco del testo – si avvicina. È lui che ci sta cercando.

Non siamo nati per la dispersione, ma per il cielo. Il nostro viaggio è a buon fine. Si possono fare cose belle, c’è Cristo da seguire. Simon Pietro e Andrea pescavano pesci e possono invece pescare persone, salvare vite, tirare nel Regno tanta gente dispersa, malata di buio, che con una parola può essere liberata.


23 gennaio 2020

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