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mercoledì 28 febbraio 2024
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

Il male del ricco

«Maladetta sei tu, antica lupa, / che più di tutte l’altre bestie hai preda / per la tua fame sanza fine cupa!». Celebre è questa invettiva di Dante mentre avanza nel quinto ripiano della collina del Purgatorio (XX, 10-12) ove incontra i due estremi degli avari e dei prodighi. Certo, l’insaziabilità dell’avarizia è una sorta di legge che regola e rende «cupa» l’esistenza delle sue vittime. Come sanno i nostri lettori, stiamo cercando di delineare le caratteristiche di questo vizio capitale che è una sorta di religione idolatrica a cui si consacrano affetti, mente, vita.

Il profeta Isaia scagliava una vera e propria maledizione bollando l’accumulo terriero e speculativo dei latifondisti di Giuda: «Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo finché non rimane più spazio e così rimanete voi soli ad abitare nel paese» (5,8). Questa malattia della cupidigia è illustrata in modo mirabile da una parabola di Gesù che ha come base probabile l’evocazione di un passo del Siracide, sapiente biblico del II sec. a.C.: «C’è chi diventa ricco perché sempre attento a risparmiare, ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: “Ho trovato riposo, ora mi ciberò dei miei beni”, non sa quanto tempo ancora trascorrerà: lascerà tutto ad altri e morirà» (11,18-19).

Ma veniamo alla cornice del testo evangelico: Cristo replica a un ascoltatore che gli aveva chiesto di fare da mediatore tra lui e un fratello per la ripartizione dell’asse ereditario. Prendendo spunto da questo evento, Gesù sceneggia la ben nota parabola del ricco che continua a moltiplicare il suo capitale in un’imponente serie di magazzini e di prodotti. Ma all’improvviso, ecco irrompere la morte che gli taglia la strada delle programmazioni future e del godimento sfrenato. Il racconto ha il suo apice in una domanda lacerante che infrange tutti i sogni di quel personaggio: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita: e quello che hai preparato di chi sarà?» (si legga Luca 12,13-21).

A questo punto possiamo ritornare all’avvio delle parole di Gesù che ai due fratelli lanciava già un monito severo: «Guardatevi e state lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno nuota nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni». Ebbene, era stato proprio quel sapiente biblico, il Siracide, che aveva offerto a Gesù lo spunto per la sua parabola, a offrirci un’altra lezione sul tema nel c. 14 del suo libro. Scegliamo solo qualche consiglio da quella pagina: «A che servono gli averi a un uomo avaro? Egli non sa godere delle sue ricchezze. L’occhio cupido dell’avaro non si accontenta mai e gli inaridisce l’anima. Chi accumula a forza di privazioni lo fa per gli altri e coi suoi beni faranno festa gli estranei».

Sempre seguendo gli insegnamenti del Siracide, scegliamo qualche nota ulteriore da un altro capitolo, il 31, del suo libro: «L’insonnia per la ricchezza logora il corpo, l’ansia per essa toglie il sonno; l’affanno per essa fa vegliare e impedisce di assopirsi. È come una grande malattia che toglie il sonno». Spesso quella dell’avaro è, infatti, una vita di stenti che ha come estuario la morte.

Concludiamo, allora, con un’osservazione del noto scrittore Leonardo Sciascia nella sua opera Candido (1977): «La ricchezza è morta ma bella, bella ma morta. Gli uomini si dividono in due grandi categorie: quelli che sanno che la ricchezza è morta ma bella e quelli che sanno che la ricchezza è bella ma morta». Le due parole «bella» e «morta» ruotano attorno a un ma decisivo per la nostra scelta davanti alla ricchezza: dove poniamo l’accento? Sul fascino e il brillare dell’oro o sulla freddezza morta di quel metallo?


09 marzo 2023

 
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