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IV Domenica di Quaresima - Domenica del cieco - 14 marzo 2021

La domenica “del cieco” vede la proclamazione quasi integrale di uno dei capitoli più suggestivi del quarto Vangelo, che tra l’altro segue immediatamente la pagina del Vangelo di domenica scorsa: Gesù era minacciato di morte da chi voleva lapidarlo perché si era detto prima di Abramo, esce dal tempio di Gerusalemme, e “passando” vede un uomo. Non ha un nome, e per questo diventa un “modello” rappresentativo in cui tutti si possono identificare, meditando la pagina che è un punto fermo nel cammino quaresimale. L’aff„ermazione del cieco nato, apice della sua scoperta, «Credo, Signore!» costituisce infatti il culmine del rito del Battesimo, e lo è anche nella Rinnovazione delle promesse battesimali durante la celebrazione della Veglia pasquale. Per questa ragione l’episodio è stato interpretato dall’antichità in chiave sacramentale, come già faceva Tertulliano, che in un trattato sul Battesimo scriveva: «La presente opera parla del sacramento dell’acqua che lava via i peccati della nostra cecità originale e ci fa liberi per la vita eterna».

Tra le tante possibili letture scegliamo ora tre temi, dei quali il primo riguarda la rivelazione e il giudizio. La rivelazione è l’opera principale di Gesù nel vangelo di Giovanni, e per questo Gesù si de­finisce qui «la luce del mondo» (9,5); se la luce brilla per davvero, non può che rivelare la realtà, mostrarla a chi non la vedeva prima (come il cieco nato), o a chi pur vedendola, ora può coglierla con occhi aperti dalla fede. La rivelazione è quella del Padre, che ha mandato il suo Figlio per dare luce al mondo. Ma la rivelazione, la luce, comporta inevitabilmente un giudizio: ciò che è nascosto, rimane occultato senza luce, ma quando la luce risplende, tutto è chiaro. Così sono svelati i cuori degli uomini, compresi quelli di «alcuni» dei farisei (e quindi non “tutti”: 9,40), dei quali è mostrato il peccato che li abita.

Infatti il tema del peccato occupa gran parte del brano: questo però non si trova lì dove si pensa. Facile credere – come fanno anche i discepoli (9,2) – che il peccato porti con sé una conseguenza subito evidente, come quella di una malattia o della cecità, magari nella generazione seguente a chi l’ha compiuto. Ma il peccato si annida invece dove è diŸfficile scovarlo, lavora lontano da ogni visibilità, scava un suo spazio proprio in chi crede di esserne immune: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane» (9,41). Ma la trama principale del brano è forse quella della scoperta di chi è Gesù, proprio come era accaduto alla Samaritana. Il cieco guarito solo progressivamente cresce nella comprensione della realtà e di colui che questa realtà ha svelato. All’inizio pensa a Gesù come a «un uomo», ma del quale non sa nulla; poi però lo dichiara un «profeta», poi ancora un «inviato di Dio», e in­ne lo riconosce come «Figlio dell’uomo» e «Signore». Preghiamo perché anche chi ha avuto in dono la vista possa un giorno vedere il suo volto e rivolgersi a lui con le stesse parole.


11 marzo 2021

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