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sabato 13 luglio 2024
 
Il blog di Gianfranco Ravasi Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

La ragnatela della giustizia

Per ragioni diverse, talora fondate, serpeggia sempre una certa sfiducia nell’esercizio pubblico della giustizia, sfiducia alimentata dalla convinzione che alla fine ad avere la meglio sono sempre i potenti, quando sono trascinati in giudizio. Questo dato, purtroppo realistico, è rappresentato in modo brillante da due fulminanti ma sconsolate testimonianze, che vogliamo proporre ai nostri lettori, mentre con loro stiamo considerando ormai da tempo la seconda delle virtù cardinali, la giustizia.

La prima la lasciamo nella fragranza del dialetto romanesco. È Giuseppe Gioachino Belli (1791- 1863) in uno dei suoi sonetti intitolato appunto La giustizzia del monno: «La giustizzia è p’er povero. / Le condanne pe’ lui so’ sempre pronte. / Sai la miseria che tiè scritto in fronte? / Questa è carne da boja; e c’indovina». L’altra la traduciamo dall’efficace ma un po’ più arduo dialetto milanese di Carlo Porta (1775-1821). È il sonetto intitolato, parallelamente a quello del Belli, La giustizia de sto mond: «La giustizia di questo mondo somiglia a quelle ragnatele ordite in lungo, tessute in tondo, che si trovano nelle tinaie. Dio guardi mosche e moscerini che vi bazzicano un po’ vicino; purgano subito il delitto non appena vi si impigliano. Invece i calabroni bucano, passano senza danno e la suola dello scarpone tocca tutta al ragno».

È attribuita, invece, al romanziere inglese John Bowen (1924-2019) la feroce battuta di spunto evangelico ma di esito dissacrante, anche se ineccepibile: «Piove sul giusto e piove sull’ingiusto. Ma sul giusto piove di più perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello!». Siamo, così, lentamente scivolati verso l’antipodo della giustizia che, in qualche caso, è essa stessa a secernerlo, come ha attestato un celebre asserto del grande Cicerone (106-43 a.C.): Summum ius summa iniuria. La sostanza di questo detto era già stata evocata dal poeta latino Terenzio (II sec. a.C.) nella forma: Ius summum saepe summa est malitia, il massimo del diritto spesso coincide (purtroppo) con il massimo della malizia e dell’ingiustizia. Detto in altri termini, l’esercizio della giustizia senza la pietà e la considerazione delle attenuanti può trasformarsi in ingiustizia.

Ben diversa dovrebbe essere, invece, la missione della giustizia esercitata nei tribunali e nella società. Lo esprime molto bene un teologo importante come Romano Guardini (1885- 1968), italiano di origine, ma tedesco nella sua biografia. Egli in uno scritto sulle Virtù coniava questa definizione che merita di essere meditata: «La giustizia è quell’ordine in cui l’uomo può sussistere come persona. Questo deve realizzarsi in pienezza non soltanto per uno o per un altro, non solo per il potente, il felice, il dotato, ma per ogni uomo per il fatto che è un uomo».

Giustizia è, dunque, una parola limpida ma al tempo stesso complicata, è sacra ed è violata, è praticata ma anche censurata e abusata. A questo punto riserveremo la prossima e ultima puntata della nostra analisi dedicata a una virtù così fondamentale all’ascolto della Parola di Dio che considera la giustizia un dono che scende dall’alto, tant’è vero che può diventare sinonimo di «salvezza». Suggestiva è l’immagine proposta dal Salmo 85,12: «La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo». Se proviene dall’eterno e dall’infinito di Dio, essa percorre tutta la terra diventando anche amore e pace, come ancora affermava lo stesso Salmo 85,11: «Giustizia e pace si baceranno».


21 settembre 2023

 
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