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domenica 19 maggio 2024
 
Il blog di Gianfranco Ravasi Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

L’inferno è vuoto?

Nell’attuale predicazione è raro che s’affacci il tema dell’inferno, come accadeva in passato, spesso secondo un’oratoria enfatica e moralistica. Eppure, di fronte a crimini terrificanti impuniti o poco puniti, sorge in molti l’anelito verso un giudizio finale vero e una condanna giusta, fermo restando che la conversione e il relativo perdono divino devono essere sempre in agenda durante l’esistenza terrena del peccatore. A questo punto sorge un quesito: come conciliare un inferno eterno, una sorta di ergastolo infinito con la misericordia di Dio, «nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Timoteo 2,4)?

Il Catechismo della Chiesa cattolica è netto: «L’inferno consiste nella dannazione eterna di quanti muoiono per libera scelta in peccato mortale. La pena principale dell’inferno sta nella separazione eterna da Dio, nel quale unicamente l’uomo ha la vita e la felicità, per le quali è stato creato e alle quali aspira» (n. 212). Detto questo, permane quella domanda di base che in passato mi sono sentito indirizzare da persone che, pur riconoscendo la necessità della giustizia divina, non volevano che essa prevalesse così duramente sull’amore.

Ora, è da notare che, all’interno della tradizione cristiana, si sono affrontate due tesi opposte. Da un lato, c’è la concezione “infernale” che emerge già in alcuni detti di Gesù stesso ed entrerà nella teologia successiva con figure come sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino e il riformatore protestante Giovanni Calvino, rimanendo la dominante. D’altro lato, c’è la dottrina dell’“apocatastasi”, cioè della riconciliazione e redenzione finale globale presente in alcuni passi di san Paolo e del quarto Vangelo giovanneo e, da lì, in particolare nella linea “mistica” della teologia.

La prima tesi esalta il tema necessario della giustizia che esige un doppio esito nel giudizio sulle azioni umane (di salvezza per il giusto e di condanna per il peccatore); la seconda sottolinea il primato dell’amore misericordioso divino, aprendo un varco di speranza universale, per cui alla fine l’inferno resterebbe vuoto. Quest’ultima prospettiva ebbe un rigurgito d’interesse anni fa quando il famoso teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, creato cardinale da Giovanni Paolo II ma morto prima di ricevere la porpora, la propose come ipotesi possibile da non scartare.

Egli era, però, consapevole della tensione tra le due dottrine che sono entrambe necessarie. E a questo proposito si deve aggiungere un altro elemento ineliminabile, quello della libertà umana che è presa sul serio da Dio, pronto a rispettare le scelte autenticamente e coscientemente libere della persona. In questa linea il citato Catechismo osserva: «Dio, pur volendo che tutti abbiano modo di pentirsi [è una citazione di 2Pietro 3,9], tuttavia, avendo creato l’uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto, è l’uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla comunione con Dio se, fino al momento della propria morte, persiste nel peccato mortale, rifiutando l’amore misericordioso di Dio» (n. 213).

Fermo restando, quindi, che l’uomo non è una realtà meramente fisica che obbedisce a leggi estrinseche imposte, ma è libero nelle sue scelte fondamentali, il problema è da porre sia nella definizione dell’autentica capacità di decisione della persona, sia in quell’estremo istante quando una soglia minima separa la creatura umana dall’eternità. In quell’ultimo bagliore che cosa può accadere? Può esserci una radicale decisione positiva che rigetti sinceramente il male compiuto? È un interrogativo molto delicato che può marcare maggiormente la misericordia divina, anche se non cancella totalmente la libertà e la responsabilità individuale che sono pur sempre strutturali all’essere umano.


18 aprile 2024

 
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