Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
lunedì 22 aprile 2024
 
Il blog di Gianfranco Ravasi Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

L’ira di Dio

«Bisogna avere la massima cura affinché l’ira non prevalga sulla mente, né domini come signora, ma sia una serva pronta a obbedire e in nessun modo si sottragga a seguire la ragione». Sono parole limpide di san Tommaso d’Aquino nella sua analisi dei vizi capitali, l’argomento che stiamo trattando nella nostra rubrica. Sotto esame è stato – e lo è anche questa volta – il quarto peccato, l’ira, in tutte le sue forme: da quelle minime e istantanee a quelle costanti e violente, intrise di odio e capaci di generare le guerre.

Ripetiamo anche in questa puntata che non bisogna confondere la rabbia furibonda e incontrollata con la giusta indignazione per il male e le ingiustizie. Non dimentichiamo l’autoritratto che Dio stesso offre nel libro dell’Esodo: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta  generazione» (34,6-7). C’è, dunque, l’amore misericordioso infinito («mille generazioni ») ma anche la giustizia perfetta (tre e quattro, con allusione al numero «sette» della pienezza).

Lo stesso Cristo, che si è presentato come «mite e umile di cuore», non ha esitato a impugnare la frusta contro i mercanti nel tempio di Gerusalemme denunciando a viso aperto la corruzione e la commistione tra affari e fede e ad attaccare «scribi e farisei ipocriti» definendoli «serpenti, razza di vipere, che non potranno scampare alla condanna della Geenna» (Matteo 21,12-23; 23,33). Già il profeta Amos nell’VIII sec. a.C., le cui pagine grondano di invettive contro gli scandali delle alte classi di Samaria, raffigurava il «giorno del Signore» e del suo giudizio sul male «come tenebra e non luce, come quando uno fugge davanti a un leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano alla parete, e un serpente lo morde» (5,18-19).

È un po’ in questa luce che devono essere interpretati i passi biblici che chiedono la vendetta a Dio, in particolare i cosiddetti «Salmi imprecatori». In realtà, essi sono espressione dello sdegno dell’orante di fronte alle ingiustizie sociali o sono segno della qualità della Bibbia di essere non tanto un catechismo di tesi teologiche perfette, ma un dialogo e una presenza reciproca tra Dio e umanità lungo le strade della storia, spesso segnate dalle nostre debolezze e cadute. Significativo è, in quei Salmi, il confidare a Dio l’atto finale del giudizio, pur esprimendo questo desiderio col turgore dell’ira propria delle vittime impotenti.

Ascoltiamone una testimonianza resa ancor più veemente a causa delle tonalità accese tipiche del linguaggio semitico. Non dimentichiamo che spesso nell’Antico Testamento la personalità di Dio (che non è un idolo freddo o un fato oscuro) è manifestata attraverso l’antropomorfismo, cioè l’attribuzione a lui di qualità umane, come appunto l’ira e la gelosia. Ma ecco la voce del Salmista: «Spezza, o Dio, i denti nella bocca, rompi, o Signore, le mascelle dei leoni; si dissolvano come acqua e si disperdano…; passino come la bava della lumaca che si scioglie, come aborto di donna non vedano la luce» (Salmo 58, 7-9). Tuttavia questa vendetta nella finale del Salmo è affidata a Dio: «Gioisca il giusto nel vedere la vendetta, lavi i suoi piedi nel sangue degli empi. Dicano gli uomini: Sì, c’è un premio per il giusto. Sì, c’è un Dio che fa giustizia sulla terra!» (58,11-12).


11 maggio 2023

 
Pubblicità
Edicola San Paolo