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sabato 02 luglio 2022
 
50 parole greche del Nuovo Testamento Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

METÁNOIA: conversione

Mercoledì prossimo 2 marzo, col rito delle Ceneri, si aprirà la Quaresima. La parola neotestamentaria che dobbiamo proporre è scontata, «conversione». Essa risuona sia nella prima proclamazione di Giovanni Battista, sia in quella di Gesù: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Matteo 3,2; 4,17). Il verbo greco usato è metanoéô, «convertirsi», e nel Nuovo Testamento risuona 34 volte. Da esso deriva il noto sostantivo metánoia, «conversione», presente 22 volte. Il suo significato letterale è «cambiare mente», trasformare la mentalità, per cui le scelte umane passano dal male al bene, dalla menzogna alla verità, dall’ingiustizia all’amore. Il tema della conversione è, comunque, tipico di ogni morale religiosa e segnala il transito da uno stato di peccato a una purificazione della coscienza e della vita.

L’Antico Testamento aveva definito questo atto con un verbo di matrice spaziale, che lo scorso anno abbiamo inserito nella nostra serie di parole ebraiche usate da Gesù: shûb, «ritornare» sulla retta via, abbandonare la pista sbagliata per ritrovare quella che conduce all’oasi, alla città, alla vita. Il peccato, d’altronde, era espresso nel lessico anticotestamentario con parole ebraiche che indicavano appunto una deviazione o un fallire il bersaglio. Nel capitolo 15 del Vangelo di Luca la parabola del figlio prodigo giovane è quasi la sceneggiatura del «ritorno»-conversione: non per nulla il peccato di quel giovane è incarnato in una partenza dalla casa paterna e la conversione come un ritorno alla casa abbandonata sulla cui strada si profila il padre che attende, pronto a perdonare.

La conversione, quindi, non è solo penitenza. Certo, essa comprende un taglio netto col vizio, un distacco dal male: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (Isaia 55,7). Il passo isaiano è significativo nel mettere in luce sia il monito al mutamento radicale di vita sia la gioia dell’incontro rinnovato con Dio. C’è, dunque, il tema dell’impegno serio e severo: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» delle vittime della strage perpetrata da Ponzio Pilato o del crollo della torre di Siloe, ammonisce Gesù nel Vangelo di Luca (13,1-5). Ma c’è anche e soprattutto la «conversione al Signore Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Deuteronomio 30,10) che dà l’avvio a una nuova vita.

Anche san Pietro dopo il suo tradimento sceglie la via penitenziale delle lacrime, ma Gesù lo introduce, con la conversione, sulla strada di una nuova missione: «Una volta ravveduto – gli dice Gesù – conferma i tuoi fratelli» (Luca 22,32). E, infatti, uno dei contenuti basilari dell’annunzio apostolico è proprio quello di «predicare a tutte le genti la conversione (metánoia) e il perdono dei peccati» (Luca 24,47). Le due cose sono intrecciate tra loro: da un lato, c’è la libertà umana che sceglie la via del distacco dal male; d’altro lato, c’è la grazia divina che offre il perdono, «gettando alle spalle il peccato» dell’uomo, per usare una suggestiva e vigorosa espressione biblica.

L’appello che risuona nella comunità cristiana è quello che Paolo esplicita nella sua qualità di depositario, in nome di Dio, del «ministero della riconciliazione»: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!» (2Corinzi 5,18.20). Il dono del perdono ha alle spalle la scelta libera di «lasciarsi riconciliare» e questo atto è appunto la conversione. Essa apre lo spazio all’irruzione della grazia divina che opera nella Chiesa, dotata da Cristo del ministero del «legare e sciogliere». Nasce, così «la creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Corinzi 5,17).


24 febbraio 2022

 
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