Sihem Djebbi è docente di Scienze politiche all’Università di Parigi XIII-Sorbonne, all’Istituto di Studi Politici di Parigi e alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi di Napoli. Franco-tunisina e musulmana, è formatrice presso organizzazioni non governative socioumanitarie ed enti di difesa in Francia e in Italia. I suoi campi di specializzazione e la sua pubblicistica riguardano la sociologia politica di Nord Africa e Medio Oriente, le migrazioni, i conflitti armati, la cooperazione internazionale e il dialogo cristiano-islamico.

Professoressa Djebbi cosa ha rappresentato Assisi 1986 nel dialogo interreligioso?

«L’incontro ha rappresentato un momento storico inedito e di immensa portata, sia sul piano della storia delle religioni, sia sul piano della storia delle relazioni internazionali e della pace. Sul piano religioso, è la prima volta che i rappresentanti delle principali religioni del mondo si incontrano e pregano in uno stesso luogo e nell’ambito dello stesso evento, e per una causa comune. Viene affermata, in modo ufficiale e pubblico, la condivisione di valori e visioni sull’importanza del rispetto e del riconoscimento reciproco tra le fedi, e della responsabilità delle religioni nel costruire cammini di pace attraverso il dialogo. La modalità dell’incontro rappresenta anche essa una novità significativa per l’epoca, nel modo in cui le religioni si relazionano. I partecipanti delle diverse religioni pregarono in nome di uno stesso bene comune, nello stesso spazio, attuando quindi la volontà di camminare insieme, sul piano spirituale e relazionale, oltre alla dichiarazione di principio. Per la Chiesa cattolica, l’incontro di Assisi è la concretizzazione della dichiarazione Nostra Aetate, e anche l’occasione di relazionarsi con più forza con l’induismo e il buddismo. Per le altre religioni, l’incontro ha rappresentato un impulso notevole nell’approfondimento spirituale e teologico, aggiornato nel contesto della contemporaneità, del rapporto con le altri fedi e il pluralismo religioso. L’incontro di Assisi ha, da questo punto di vista, stimolato una riflessione profonda, nelle varie dottrine religiose e comunità, sul valore dell’Altro, inserita nelle proprie culture e tradizioni».

E sul piano internazionale?

«Sul piano delle relazioni internazionali, l’incontro di Assisi ha costituito un evento storico portatore di trasformazioni inedite. Viene affermato in tale occasione il ruolo delle religioni e delle chiese come agenti politici significativi in grado di co-costruire e portare avanti, in modo autonomo, un’agenda per la pace mondiale. Gli attori religiosi presenti ad Assisi contribuiscono a capovolgere la rappresentazione egemonica, nel pensiero politico occidentale di allora, che associava la religione a dinamiche bellicose e anti-moderne. In piena Guerra Fredda, sono i rappresentanti religiosi che pongono la pace mondiale e il dialogo al centro dell’attenzione. Inoltre, in relazione con Assisi, si sviluppano reti e ulteriori incontri, centralizzati e non, che creano nuovi luoghi e modalità di cooperazione internazionale e transnazionali. È in gran parte per questo motivo che, a partire degli anni 2000, le istituzioni della global governance iniziarono, in modo sempre più strutturato, a sviluppare canali e strutture di cooperazione con gli attori religiosi, per pensare e attuare progetti di pace e di cooperazione allo sviluppo a livello mondiale».

Come il mondo musulmano, nelle sue tante anime, accolse quell’incontro? Quali sono a suo parere le tappe successive, nel bene e nel male, che hanno segnato il cammino fino a oggi?

«Come lei lo sottolinea giustamente, il mondo musulmano è molto variegato. Questa realtà è rafforzata dal fatto che, nelle correnti sunnite (fortemente maggioritarie nell’Islam), non esiste un vero “clero” o autorità centralizzate rappresentative di una maggioranza di musulmani. Predomina invece una pluralità di situazioni in termini di rappresentanza, di dottrine, di reti, di movimenti religiosi e politico-religiosi, di rapporto con le autorità politiche, ma anche di contesti culturali… Questo paesaggio è tra l’altro fluttuante. Ciò significa che le comunità musulmane sono molto eterogenee riguardo le rappresentazioni che hanno dell’altro, le loro posizioni, la loro interpretazione religiosa e la loro religiosità. Significa anche che le autorità religiose non godono di una legittimità o di una connessione garantita presso i fedeli, e che non sono in grado di trasmettergli una doxa univoca. Questo spiega il fatto che l’influenza diretta di “Assisi 86” sulle popolazioni musulmane sia rimasta a lungo relativamente limitata ad una certa élite, e alle sfere teologiche di chi aveva partecipato all’incontro, ad eccezione di alcuni contesti. Una delle eccezioni è il Libano, attraversato da una forte conflittualità interreligiosa, dove il dialogo interreligioso e lo spirito di Assisi hanno costituito, dalla fine degli anni 1980, una via privilegiata per la riconciliazione. L’impatto inizialmente limitato di Assisi 1986, nel mondo musulmano, si spiega anche con la virulenza dei discorsi critici formulati dai movimenti fondamentalisti ed estremisti dell’Islam politico, allora in sviluppo nel mondo arabo e nel Medio Oriente in contesti marcati dalla crescente impopolarità dei governi locali. Detti movimenti accusavano le iniziative di dialogo interreligioso di essere una strategia occidentale per influire negativamente sul credo e sulle identità dei musulmani».

E successivamente?

«Tuttavia, sul tempo più lungo, si può misurare una significativa influenza positiva dell’incontro di Assisi e del suo spirito all’interno delle varie società e comunità musulmane. Questo fenomeno attiene ai tempi necessariamente più lunghi perché un pensiero e una filosofia innervino un determinato gruppo sociale, in assenza di canali e istituzioni centralizzati. Attiene anche alla trasformazione delle società, e ad alcuni cambi di paradigmi internazionali. Prima di tutto, lo sviluppo e il radicamento di comunità musulmane nei contesti occidentali, in Europa e in Nord America, ha creato nuove connessioni dal basso all’interno di società sempre più multiculturali e multireligiose. Il dialogo interculturale e interreligioso è diventato, per molti, una prassi empirica, e le autorità religiose e culturali musulmane hanno creato sempre più percorsi di dialogo che si richiamano allo spirito di Assisi, che costituisce da questo punto di vista un paradigma etico e metodologico di riferimento. Gli attentati del 2001 hanno rappresentato un altro momento di svolta che ha chiaramente stimolato le iniziative di dialogo interreligioso da parte delle società e delle comunità musulmane. Prima di tutto, perché una parte della politica mondiale e delle narrazioni mediatiche occidentali aderirono alla tesi dello scontro di civiltà, e del carattere essenzialmente violento dell’Islam. Ciò si materializzò in posizioni e politiche sempre più percepite come islamofobe. Molti musulmani sentirono la necessità di dialogare per far conoscere l’Islam ed evitare che l’estremismo islamico venisse considerato come rappresentativo. In secondo luogo, gli attentati dell’11 settembre convinsero molte autorità (Stati, istituzioni), reti e associazioni islamiche di lavorare sul dialogo interreligioso per evitare che movimenti fondamentalisti ed estremisti potessero strumentalizzare l’Islam e legittimare la loro violenza».

Come ha segnato l’11 settembre 2001 questo cammino?

«È veramente dopo il 2001 che si può notare un aumento drastico delle iniziative di dialogo interreligioso, a livello regionale e mondiale, a matrice musulmana, che connette autorità pubbliche, religiose ed organizzazioni della società civile. “Assisi 1986” rappresenta anche qui un riferimento valoriale e relazionale centrale, arricchito con ulteriori incontri che hanno fatto la storia del dialogo interreligioso, come la Dichiarazione sulla Fratellanza Umana, firmata ad Abu Dhabi nel 2019. Queste iniziative non riguardano soltanto incontri dialogali, ma anche un cambio di politiche ed approcci riguardo al diritto delle minoranze religiose e la libertà religiosa in senso più ampio, alla formazione degli imam, che hanno un impatto diretto sulla società».

Oggi sono numerosi i contesti poco democratici dove le iniziative di pace e di dialogo, non allineate con la diplomazia o la politica ufficiale dello Stato, non solo non sono valorizzate, ma sono offuscate, o addirittura represse. Lei ha detto che oggi «stiamo vivendo, in relazione con il conflitto israelo-palestinese, un momento di grande difficoltà nella costruzione della pace e del dialogo interreligioso, non solo nel Medio-Oriente ma anche oltre, per via dell’intensità delle connessioni emotive del resto del mondo con detto conflitto. In particolare, nel dialogo del cristianesimo, e a maggior ragione dell’Islam, con il giudaismo». Dopo 40 anni cosa ci chiede la profezia di Assisi?

«In effetti, il conflitto israelo-palestinese ha parecchio danneggiato il dialogo interreligioso. Le relazioni tra Cristiani ed Ebrei, e più fortemente ancora tra Musulmani ed Ebrei, che si erano sviluppate negli ultimi decenni anche grazie alle iniziative di dialogo interreligioso, sono state avvelenate per via della polarizzazione delle società in rapporto con il conflitto. Le iniziative di dialogo, in Israele e altrove, si sono fortemente ridotte. Sono anche le relazioni (e il dialogo interreligioso) tra Musulmani e Cristiani che hanno subito, in molti contesti, le ripercussioni negative del conflitto. Molti musulmani interpretano l’incapacità, o l’assenza di volontà politica di applicare il diritto internazionale, o addirittura il sostegno a favore di Israele da parte di diverse potenze occidentali come la dimostrazione di un bias negativo contro l’Islam e i musulmani. Le iniziative di dialogo esistenti sono meno federative, o addirittura condannate e criticate, principalmente dalle frange e dai rappresentanti più estremi delle varie religioni. Lo stesso fenomeno si rileva anche nel contesto della guerra tra Russia e Ucraina, che ha messo a tacere il dialogo tra la Chiesa cattolica e gli Ortodossi.

Lei ha sottolineato come, in contesti poco democratici, il dialogo interreligioso, quando non allineato con la politica ufficiale, fa fatica ad esprimersi. Sottolineerò anche un’altra sfida per il dialogo interreligioso, più paradossale: quella di autorità statali poco democratiche che sono molto attive e virtuose sul piano del dialogo interreligioso. Le iniziative in parola hanno adeguato la normativa legata alle libertà religiose agli standard internazionali – e all’etica presente nelle prescrizioni religiose – ma continuano a reprimere l’opposizione politica interna. Questo doppio standard porta il rischio di delegittimare tali autorità, e il valore stesso del dialogo interreligioso che sostengono».

Cosa chiede oggi lo spirito di Assisi?

«Dopo 40 anni di Assisi, direi che, in un’epoca di “brutalizzazione” del mondo, lo spirito di Assisi è più che mai essenziale. Invita – ingiunge, per meglio dire – a dialogare con l’Altro. Dialogare significa riconoscere l’Altro, riconoscere il suo valore, la sua uguale dignità; significa superare le false rappresentazioni che si può avere di esso, conoscerlo senza intermediari e strumentalizzazioni, e costruire un rapporto sociale e cognitivo che aumenta la fiducia autentica; significa pensare insieme, in modalità condivise, un cammino per il bene comune. Questo vale per ogni dialogo, che esso sia diplomatico, teologico, culturale… La crisi del diritto internazionale e la militarizzazione del mondo sono sintomatici della crisi del riconoscimento dell’altro in ambito internazionale, e nella politica di singoli paesi.

Il valore del dialogo è ancora più potente per quanto riguarda il dialogo interreligioso. In effetti, esso pone nella riflessione, e nella connessione all’altro, dei valori esistenziali essenziali, legati alla vita, al cosmo, alla coscienza morale, alla spiritualità. Attraverso questi aspetti in dialogo, si riconosce ancora di più il carattere umanamente e divinamente prezioso dell’altro, e del valore condiviso della pace e della non-violenza in tutte le religioni come ingiunzione centrale. Questo può salvare i rapporti tra gruppi o popoli che l’odio reciproco sembra aver alienato irrevocabilmente, ed può costituire le fondamenta della pace. Nel buio della guerra in Israele, e in pieno genocidio contro i Palestinesi, i movimenti come Women Wage Peace e Women of the Sun, hanno intensificato le loro azioni. Questi movimenti coinvolgono donne israeliane e palestinesi di tutte le confessioni per attuare il dialogo e la pace in Israele. Portano avanti questa agenda, con le preghiere, le marce comuni, l’attivismo, nonostante le iniziative di dialogo (interreligioso e non) siano calate drammaticamente nel paese, e nonostante la co-fondatrice di Women Wage Peace, Vivian Silver, sia stata uccisa negli attentati del 7 ottobre 2023. Si potrebbe obiettare che l’aggravare dell’odio e del conflitto tra Israeliani e Palestinesi dimostra il poco effetto di tali iniziative. Tuttavia, il valore del dialogo interreligioso risiede nel dialogo stesso, prima di tutto; risiede nel fatto che esisti, e in tutto quello che si svolge all’interno della relazione. Prima di diventare un mezzo, esso deve essere un fine. In secondo luogo, nessuna pace può essere costruita, o anche pensata, senza la pre-esistenza di legami e di dialogo, anche tenui, tra le due parti in conflitto».