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ANSA/ANGELO CARCONI
«Il cantiere della pace resta aperto, anche se sembra in qualche modo regredire. Basta guardare a ciò che accade attorno a noi. Come ha detto con parole nette Leone XIV rivolgendosi al Corpo diplomatico il 9 gennaio 2026, “la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”, e la pace non è più ricercata come bene desiderabile in sé».
Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, impegnato a 360 gradi a cercare via di dialogo in un mondo in frantumi, spiega l’attualità dello Spirito di Assisi in un mondo segnato da conflitti e strumentalizzazioni della fede.
Cardinale, ma davvero lo Spirito di Assisi può essere efficace?
«Nella sua enciclica Leone XIV ha dato un nome a questo fenomeno del fervore bellico, “la cultura della potenza che normalizza la guerra”, e ha indicato la via d'uscita in una cultura del negoziato. È una prospettiva alla quale lo spirito di Assisi può offrire un contributo. Proprio per questo esso resta, a mio avviso, non solo attuale ma più necessario che mai: non come gesto simbolico da ripetere stancamente, ma come metodo di "diplomazia religiosa" da praticare con più decisione, facendo leva sui valori spirituali condivisi dai credenti e sulla rete di relazioni personali costruita in quarant'anni. Penso, ad esempio, all'esperienza avviata nelle Filippine nel 1996 dalla Bishops-Ulama Conference di Mindanao e rilanciata nel 2024 come Mindanao Religious Leaders Conference, che ha trasformato il rapporto fra cristiani, musulmani e comunità indigene in un sostegno concreto ai processi di pace. Le religioni non hanno la forza politica per imporre la pace, ma possono contribuire a ricostruire la fiducia, ed è da lì che deve ripartire ogni vera trattativa».
In un'epoca di radicalismi e ostentazione della forza, come risponde a chi accusa il dialogo di ingenuità e debolezza?
«Rispondo che il dialogo ha le sue regole, e rispettarle richiede più coraggio di quanto si creda: significa riconoscere le responsabilità, tutelare le vittime e cercare impegni verificabili, mantenendo aperti i canali di comunicazione. Assisi fu audace proprio in questo senso: l'audacia di quel gesto non stava nel cedere, ma nell'esporsi. Il vero costruttore di pace non è chi rinuncia semplicemente alla violenza, ma chi ha il coraggio di combattere gli autentici nemici della pace: l'indifferenza, che è la grande malattia del nostro tempo, l'apatia, l'egoismo che impedisce di riconoscere l'altro come fratello. Questo è tutt'altro che debolezza. La vera ingenuità, semmai, è quel falso "realismo" che Leone XIV chiama per nome nella Magnifica Humanitas: una Realpolitik che “semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali”. Con la guerra, del resto, sono tutti perdenti, anche i vincitori. Chi usa il nome di Dio “per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa”. Per questo la comunità delle Nazioni ha il dovere di riaffermare con fermezza, attraverso il diritto e istituzioni multilaterali profondamente riformate, quei quattro pilastri - verità, giustizia, libertà e amore - che Giovanni XXIII indicò come fondamento della pace e che restano, ancora oggi, l'unica alternativa seria alla logica della forza».
Quarant'anni fa l'incontro di Assisi avvenne in un mondo ancora diviso dalla cortina di ferro. Cosa significò per quell'epoca e che contributo ha dato al superamento dei muri che c'erano allora?
«Bisogna ricordare il contesto: il 1986 era stato proclamato dall'ONU Anno internazionale della pace e il mondo viveva ancora sotto la minaccia degli arsenali contrapposti dei due blocchi. Quando Giovanni Paolo II annunciò, il 25 gennaio 1986 nella basilica di San Paolo, l'intenzione di convocare ad Assisi i responsabili delle Chiese cristiane e delle religioni del mondo, molti lo giudicarono un gesto molto audace, per alcuni imprudente. Eppure quell'iniziativa "rischiosa" si rivelò un atto “profetico”. Il 27 ottobre, per la prima volta nella storia, rappresentanti di fedi diverse digiunarono, camminarono e pregarono, ciascuno secondo la propria tradizione, per la medesima causa. Tre anni dopo, nel 1989 il Muro di Berlino cadde senza spargimento di sangue. Non si tratta, naturalmente, di un rapporto di causa-effetto automatico: le ragioni furono politiche, sociali ed economiche. Ma - come ha osservato lo stesso Benedetto XVI ricordando quell'anniversario nel 2011 - dietro il crollo del Muro ci fu anche una causa spirituale: la volontà di libertà dei popoli, che si rivelò più forte della paura. La sensazione, condivisa da moltissimi, fu di aver vissuto un fatto storico: le religioni prendevano pubblicamente le distanze da ogni uso della fede a sostegno della guerra. Quell'immagine dei Capi religiosi fianco a fianco, non più gli uni contro gli altri, ebbe un impatto mediatico enorme e contribuì a incrinare quel pessimismo e quella rassegnazione che paralizzavano un'epoca convinta che la guerra fredda fosse una compagna inevitabile della storia».
Un evento inaspettato, ma non nato dal nulla. Quale cammino della Chiesa – penso per esempio al Concilio – c'è stato dietro quell'incontro?
«Assisi non fu un fulmine a ciel sereno, ma il punto di arrivo, provvisorio, di un cammino iniziato già da vent'anni, la cui "magna charta" resta la dichiarazione conciliare Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965. La Chiesa cattolica riconosceva che anche nelle altre tradizioni religiose è presente «un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Ma la svolta era iniziata ancor prima, nel 1964, quando Paolo VI con un gesto di straordinaria lungimiranza, anticipando la conclusione stessa del Concilio, istituì il Segretariato per i Non-cristiani, diventato poi Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e oggi confluito nell'attuale Dicastero per il Dialogo Interreligioso. Fu una decisione “profetica” quanto quella di Assisi, perché diede al dialogo una casa stabile dentro la Curia romana, sottraendolo all'occasionalità. Giovanni Paolo II innestò su questa base tre esperienze personali, prima e dopo l'annuncio di Assisi, che esprimono il medesimo cammino: il discorso ai giovani musulmani nello stadio di Casablanca nell'agosto 1985; l'omaggio a Gandhi al RajGhat di New Delhi nel febbraio 1986; la visita alla Sinagoga di Roma nell'aprile dello stesso anno, la prima visita documentata di un Papa a una sinagoga. Senza questo cammino conciliare e post-conciliare, l’iniziativa di Assisi sarebbe stata incomprensibile, per cui essa apparve come il frutto maturo di una lunga stagione di dialogo».
C'è chi temeva – e teme ancora – il sincretismo. Cosa significa invece pregare gli uni accanto agli altri per la pace?
«È la questione più fraintesa di tutta la vicenda, e va chiarita con precisione, perché la formula coniata da Giovanni Paolo II per l'incontro fra le diverse religioni fu volutamente “chirurgica”: non “pregare insieme”, ma “stare insieme per pregare”. Ad Assisi ogni tradizione pregò separatamente, in luoghi distinti della città - i cristiani, si raccolsero anche in una preghiera ecumenica comune, nella cattedrale di San Rufino, le altre religioni in altri spazi - e i gruppi si ritrovarono solo nel momento conclusivo, in piazza san Francesco, dove ciascuno lesse a turno un testo della propria tradizione, senza alcuna liturgia comune. Come aveva spiegato lo stesso Wojtyla pochi giorni prima, si tratta di essere presenti quando gli altri pregano: un atto di rispetto reciproco, non di fusione dottrinale. Dietro questa cautela c'era un fondamento teologico preciso, che l'enciclica Dominum et vivificantem del maggio precedente aveva già posto: “Dovunque si prega nel mondo, ivi è lo Spirito Santo”. Quattro anni dopo, nella Redemptoris missio, il Papa è tornato su Assisi per chiarirne il senso: quell'incontro, «esclusa ogni equivoca interpretazione», aveva voluto ribadire la sua convinzione che “ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito Santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo”, uno Spirito che non è alternativo a Cristo, unico mediatore della salvezza. Da qui il duplice rispetto di cui parla la stessa enciclica: per l'uomo nella sua ricerca e per l'azione dello Spirito in lui. Vent'anni dopo, nel 2006, fu Benedetto XVI a confermare per iscritto che quella era stata la scelta giusta, e nel 2011 aggiunse che il vero compito resta la purificazione permanente della fede vissuta, perché la religione non diventi mai giustificazione della violenza».
In questi anni come si è evoluto lo spirito di Assisi, sotto i pontificati di Benedetto, poi di Francesco e ora di Leone?
«Nel corso degli anni lo spirito di Assisi si è sempre più configurato come un pellegrinaggio comune, vero e continuo, di credenti di ogni fede verso la verità, la giustizia e la pace: valori che per noi cristiani hanno un volto, quello di Cristo, di cui Francesco d'Assisi resta testimone luminoso. Il percorso è tracciabile per tappe. Nel 1993 Giovanni Paolo II riconvocò ad Assisi cristiani, ebrei e musulmani d'Europa per la tragedia balcanica; nel 2002, dopo l'11 settembre, il rifiuto dell'uso violento del nome di Dio fu ribadito con particolare forza. Nel 2006 Benedetto XVI, per il ventennale, parlò di una “puntuale profezia” del suo predecessore; nel 2011, celebrando i venticinque anni, allargò per la prima volta l'invito anche a uomini e donne senza riferimenti religiosi ma sinceramente in ricerca, definendo tutti credenti e non credenti "pellegrini della verità, pellegrini della pace": un'espressione che ha allargato l'orizzonte del cammino comune. Nel 2016 Francesco, nel trentennale, pregò ad Assisi accanto al patriarca Bartolomeo e a decine di leader religiosi, dichiarando che si era pregato “senza sincretismi e senza relativismi, gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri”, e proclamò che solo la pace è santa, non la guerra. Tre anni dopo, ad Abu Dhabi, firmò con il Grande Imam di Al-Azhar il Documento sulla fratellanza umana, dando ulteriore espressione a questo cammino. Leone XIV ha raccolto quest'eredità nel modo più autorevole: nella Magnifica Humanitas cita espressamente lo "spirito di Assisi", suscitato da Giovanni Paolo II e proseguito da Francesco fino ad Abu Dhabi, come prova che i credenti possono “attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c'è spazio per l'odio sacralizzato”. E lo fa in un anno particolarmente significativo, quello degli ottocento anni dalla morte di san Francesco, le cui celebrazioni stanno richiamando grandi folle di fedeli e pellegrini: segno che la figura del Poverello continua a parlare al cuore della gente come icona vivente di pace disarmata».
A 40 anni di distanza, quale aspetto ritiene sia stato più frainteso, e quale invece il frutto più bello e inaspettato?
«L'aspetto più frainteso resta, senza dubbio, l'accusa di sincretismo, che accompagnò l'evento fin dal primo giorno e che periodicamente riaffiora, nonostante le precisazioni teologiche che ho richiamato e nonostante quarant'anni di prassi coerente, fondata sulla distinzione netta fra "pregare insieme" e "stare insieme per pregare". È un fraintendimento che le precisazioni del Magistero hanno più volte chiarito. Il frutto più bello e inaspettato, invece, è stato scoprire che è davvero possibile stare insieme in un atteggiamento di ascolto profondo e di rispetto reciproco. Da questa scoperta sono germogliate relazioni personali durature fra leader religiosi che prima si incontravano solo in occasioni formali: pensiamo al buddhista Etai Yamada, che dopo Assisi 1986 convocò l'incontro interreligioso del monte Hiei, ripetuto ogni anno da allora; all'intensificarsi del dialogo interreligioso monastico, che coinvolge monaci e monache benedettini, con credenti di tradizione non solo buddhista, ma anche musulmana; e soprattutto alla fiaccola dello "spirito di Assisi" alimentata ininterrottamente in questi quarant'anni dalla Comunità di Sant'Egidio, e dalla Diocesi di Assisi. Rapporti di fiducia che possono facilitare iniziative comuni anche nei momenti di crisi: un capitale relazionale che nessuno, nel 1986, avrebbe mai potuto prevedere con questa ampiezza».
Qual è la più grande eredità che lo "spirito di Assisi" lascia alle nuove generazioni?
«L'eredità più grande è la possibilità di credere ancora nel futuro: la convinzione che ogni vita umana sia sacra e vada rispettata e valorizzata per ciò che è, al di là dell'appartenenza religiosa, etnica o culturale. È quanto Leone XIV ha ribadito con forza: la dignità della persona «non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre», ma «è un dono che la precede e la eccede», e vi sono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone. Tale convinzione va trasmessa di generazione in generazione perché non resti patrimonio dei vertici religiosi, ma diventi pratica quotidiana delle comunità, delle scuole, delle famiglie».
Dove c'è più bisogno di un impegno delle religioni?
«Per quanto riguarda i contesti dove questo impegno è oggi più urgente l'elenco, purtroppo, si allunga di anno in anno: l'Europa orientale, dove la guerra in Ucraina ha avuto dolorose ripercussioni anche sui rapporti fra le Chiese; il Medio Oriente, segnato da guerra e violenze in Israele, Palestina, Libano, Iran e altri Paesi della regione; l'Africa subsahariana, afflitta da scontri che coinvolgono anche le comunità religiose e sono spesso ignorati dall'opinione pubblica internazionale; l'Asia, dove le tensioni fra India e Pakistan, e tra Thailandia e Cambogia, il sanguinoso conflitto in Myanmar e il dramma afghano compongono un mosaico sempre più inquietante. In tutti questi contesti le religioni possono scegliere due strade opposte: legittimare la guerra e trasformare l'avversario in nemico di Dio, oppure disarmare i cuori e custodire la dignità di ogni vita. È in questo campo che si misura, concretamente, la fedeltà allo spirito di Assisi».
Guardando al futuro, quali sono le nuove frontiere dello "spirito di Assisi"? E quali sfide pongono alle religioni l'intelligenza artificiale e i cambiamenti climatici?
«La prima frontiera resta la più antica e la più urgente: bandire la guerra dal pianeta, con una pace "disarmata e disarmante", come chiede Leone XIV, sollecitando le religioni ad unire le forze contro una logica bellica che sembra riguadagnare terreno in tutti i contesti che ho appena richiamato. La seconda frontiera è ecologica: già nel 1979 Giovanni Paolo II aveva proclamato Francesco d'Assisi patrono celeste dei cultori dell’ecologia, ma è stato Papa Francesco, con la Laudato si', a fare della custodia del creato un capitolo pieno dello spirito di Assisi, chiedendo a tutta la famiglia umana, non solo ai cattolici, di unire le forze per salvare l'ecosistema. La terza frontiera, oggi particolarmente urgente, è quella posta dall'intelligenza artificiale: le religioni sono chiamate a difendere insieme la dignità della persona umana contro ogni riduzione a semplice profilo di competenze o a un algoritmo prevedibile, come ha ricordato, in tema di educazione, lo stesso Leone XIV nella lettera Disegnare nuove mappe di speranza per il sessantesimo anniversario della Gravissimum educationis, ricordando che ogni persona è "un volto, una storia, una vocazione". Con la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata proprio alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale, il Papa ha poi indicato come particolarmente insidiosa l'ideologia che «lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti», riducendola «a risorsa da usare e sfruttare» invece di riconoscerla «come fine in sé, mai strumentalizzabile». Su questo terreno il dialogo interreligioso ha già cominciato a offrire un contributo originale - basti pensare all'incontro multireligioso di Hiroshima del luglio 2024, quando i leader di undici religioni hanno sottoscritto la Rome Call for AI Ethics: un fronte comune, che superi le appartenenze confessionali, a difesa dell'umano nell'epoca delle macchine intelligenti, così come quaranta anni fa si realizzò un fronte comune a difesa della pace nell'epoca della minaccia nucleare».
Come si coniuga la preghiera per la pace con l'impegno concreto per la giustizia sociale?
«Fin dal 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II fu chiarissimo: "La preghiera è già in sé stessa azione, ma ciò non ci esime dalle azioni al servizio della pace". È un equilibrio che lo spirito di Assisi ha custodito e affinato in quarant'anni, distinguendo - come indicò il documento Dialogo e annuncio del 1991 - almeno quattro forme di dialogo che si tengono insieme: il dialogo della vita quotidiana, il dialogo dell'azione e della collaborazione concreta, il dialogo dello scambio teologico, e, infine, il dialogo dell'esperienza spirituale e della preghiera. Se si isola la preghiera dall'azione, essa rischia di diventare evasione disincarnata; se si riduce tutto ad attivismo sociale, si perde l'originalità della sorgente spirituale del 27 ottobre 1986. Oggi, mentre la guerra è tornata a insinuarsi come possibilità accettata nel discorso pubblico, credo che la preghiera per la pace domandi anche un impegno concreto per la giustizia: con la diplomazia, con i corridoi umanitari, con la difesa concreta dei più deboli, dei migranti, delle minoranze perseguitate. Ma la preghiera resta la sorgente di quella luce e di quell'energia che rendono possibile l'azione senza esaurirsi nello scoraggiamento: perché, come si diceva già ad Assisi, la pace va oltre le sole forze umane, e proprio per questo ogni credente continua a cercarne l'origine in Dio, senza mai smettere, per questo, di rimboccarsi le maniche».







