«Secondo me l'aggressione alla famiglia non è assolutamente casuale ma è strategica perché una società più fragile si domina meglio sul piano politico, sul piano ideologico e sul piano economico, che non è forse l'ultima delle categorie. La storia ce lo insegna. Perché qualcuno più forte e avveduto e furbo c’è sempre, e per qualcuno non intendo necessariamente delle persone ma anche delle lobby o istituzioni». Ha concluso così il suo intervento il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, durante il convegno “Educare in due, educare insieme, educare comunque” organizzato dal Forum delle associazioni familiari, nel capoluogo ligure, provocato dalle domande dei presenti, numerose e puntuali.
Bagnasco ha condotto il dialogo con il pubblico partendo da sé e da alcune considerazioni personali: «Riflettendo sul senso dell'educatore mi sono visto io per primo bisognoso di educazione. Ogni giorno incontro un nuovo giorno che non so cosa mi riserverà. Quanta parte è affidata alla provvidenza», ha detto. «Affrontare ogni giorno la sorpresa della vita è espressivo di quello che è l'educazione. Aprirci alla vita, e non solo perché ci viene addosso che sarebbe troppo meccanicistico, ma perché con questo venirmi incontro ci mettiamo in dialogo con ciò che ci arriva. Questo indica una reazione positiva, prender in mano le cose non tanto per dominarle ma perché le affronto, guardo in faccia la realtà volente o nolente. Accoglierla vuol dire portare qualcosa di mio, corrisponderla così da non far diventare gli eventi un peso ma la mia storia. Che non deve essere una sequenza di eventi che subisco. Educare è trasformare la vita in un dono frutto della nostra libertà. Mi sollecita l'idea di educazione come guardare la vita in faccia, parlare con lei. Giocarti con lei, abbracciarla e quindi farne la tua storia».
Il Cardinale ha poi proseguito passando dall'educazione al ruolo dell'educatore: «Chi ha più esperienza ha più responsabilità educativa. Questo non è scontato nella società contemporanea. Gli adulti devono avere qualcosa da dire ai più giovani altrimenti hanno sprecato la vita. Tutti abbiamo sempre da imparare ma dobbiamo avere qualcosa da dire. Diversamente hai l'aggravante di rinunciare alle responsabilità dei tuoi anni. Se sono adulto non devo fare il giovane perché è penoso. Siamo tutti genitori amici. Ma che vuol dire? Che è un legame di benevolenza. Ci mancherebbe altro. L'educazione è aprire alla vita e lasciare che mi costringa a tirar fuori il meglio di noi. Se io anziano ho rispettato i miei anni devo essere un riferimento educativo per i giovani. Oppure vuol dire che recito e ho perso anni che non torneranno mai più. L'autorità dei genitori è fondamentale e non è essere autoritari. Nessuna autorità è per affermare se stessa ma solo per servire gli altri. Sul piano educativo bisogna perseguire l'autorevolezza che è coerenza e avere qualcosa da dire. Per questo vi vogliono adulti maturi. Davanti agli adolescenti ci chiediamo che cosa possiamo fare per loro. Ma la prima domanda dovrebbe essere: chi sono io? Chi siamo noi per educare i nostri figli? Solo conoscendo la nostra identità possiamo educare».
Bagnasco è tornato a ribadire la centralità della famiglia: «La famiglia è la prima dimora e grande presidio dell'umano e lo Stato lo sa, non è miope di fronte a questa verità. Lo Stato sa che nella famiglia è in gioco esso stesso come forma giuridica della società. Per questo è al servizio della famiglia, perché sa che senza famiglia non c'è futuro. Infatti di fronte alla coppia che decide di sposarsi lo stato si impegna, assume degli oneri perché in essa riconosce che c'è presente e futuro: i figli e le generazioni a venire. Da essa dipende la tenuta del tessuto sociale, non dalla buone leggi che comunque ci vogliono ma dalla sicurezza che ogni singolo cittadino avverte prima che nelle leggi nel suo micromondo, nella rete di rapporti vicini dove ognuno sa di poter essere quello che è. Dove si rigenera l'uomo? Nella famiglia. Perché l'Italia ha tenuto e tiene nella crisi? Perché c'è la famiglia, oltre alla comunità cristiana. È vero che la famiglia sostiene anche da un punto di vista economico ma la tenuta sociale non dipende da questo aspetto ma dalla possibilità che essa dà di recuperare fiducia continuamente».
E ha concluso: «Dove recupero fiducia in me stesso per poter reagire e inventare continuamente soluzioni, dalle leggi dello stato? No, in famiglia dove trovo ambiente, persone e la fiducia degli altri. Dove sento che siamo insieme e non molliamo. Questo è il vero capitale sociale. La famiglia non è solo luogo degli affetti (dove c’e famiglia, c’è amore). È un'impresa sociale che produce il bene più grande per la società: l'uomo, l'umanità. Il capitale sociale».
Bagnasco ha condotto il dialogo con il pubblico partendo da sé e da alcune considerazioni personali: «Riflettendo sul senso dell'educatore mi sono visto io per primo bisognoso di educazione. Ogni giorno incontro un nuovo giorno che non so cosa mi riserverà. Quanta parte è affidata alla provvidenza», ha detto. «Affrontare ogni giorno la sorpresa della vita è espressivo di quello che è l'educazione. Aprirci alla vita, e non solo perché ci viene addosso che sarebbe troppo meccanicistico, ma perché con questo venirmi incontro ci mettiamo in dialogo con ciò che ci arriva. Questo indica una reazione positiva, prender in mano le cose non tanto per dominarle ma perché le affronto, guardo in faccia la realtà volente o nolente. Accoglierla vuol dire portare qualcosa di mio, corrisponderla così da non far diventare gli eventi un peso ma la mia storia. Che non deve essere una sequenza di eventi che subisco. Educare è trasformare la vita in un dono frutto della nostra libertà. Mi sollecita l'idea di educazione come guardare la vita in faccia, parlare con lei. Giocarti con lei, abbracciarla e quindi farne la tua storia».
Il Cardinale ha poi proseguito passando dall'educazione al ruolo dell'educatore: «Chi ha più esperienza ha più responsabilità educativa. Questo non è scontato nella società contemporanea. Gli adulti devono avere qualcosa da dire ai più giovani altrimenti hanno sprecato la vita. Tutti abbiamo sempre da imparare ma dobbiamo avere qualcosa da dire. Diversamente hai l'aggravante di rinunciare alle responsabilità dei tuoi anni. Se sono adulto non devo fare il giovane perché è penoso. Siamo tutti genitori amici. Ma che vuol dire? Che è un legame di benevolenza. Ci mancherebbe altro. L'educazione è aprire alla vita e lasciare che mi costringa a tirar fuori il meglio di noi. Se io anziano ho rispettato i miei anni devo essere un riferimento educativo per i giovani. Oppure vuol dire che recito e ho perso anni che non torneranno mai più. L'autorità dei genitori è fondamentale e non è essere autoritari. Nessuna autorità è per affermare se stessa ma solo per servire gli altri. Sul piano educativo bisogna perseguire l'autorevolezza che è coerenza e avere qualcosa da dire. Per questo vi vogliono adulti maturi. Davanti agli adolescenti ci chiediamo che cosa possiamo fare per loro. Ma la prima domanda dovrebbe essere: chi sono io? Chi siamo noi per educare i nostri figli? Solo conoscendo la nostra identità possiamo educare».
Bagnasco è tornato a ribadire la centralità della famiglia: «La famiglia è la prima dimora e grande presidio dell'umano e lo Stato lo sa, non è miope di fronte a questa verità. Lo Stato sa che nella famiglia è in gioco esso stesso come forma giuridica della società. Per questo è al servizio della famiglia, perché sa che senza famiglia non c'è futuro. Infatti di fronte alla coppia che decide di sposarsi lo stato si impegna, assume degli oneri perché in essa riconosce che c'è presente e futuro: i figli e le generazioni a venire. Da essa dipende la tenuta del tessuto sociale, non dalla buone leggi che comunque ci vogliono ma dalla sicurezza che ogni singolo cittadino avverte prima che nelle leggi nel suo micromondo, nella rete di rapporti vicini dove ognuno sa di poter essere quello che è. Dove si rigenera l'uomo? Nella famiglia. Perché l'Italia ha tenuto e tiene nella crisi? Perché c'è la famiglia, oltre alla comunità cristiana. È vero che la famiglia sostiene anche da un punto di vista economico ma la tenuta sociale non dipende da questo aspetto ma dalla possibilità che essa dà di recuperare fiducia continuamente».
E ha concluso: «Dove recupero fiducia in me stesso per poter reagire e inventare continuamente soluzioni, dalle leggi dello stato? No, in famiglia dove trovo ambiente, persone e la fiducia degli altri. Dove sento che siamo insieme e non molliamo. Questo è il vero capitale sociale. La famiglia non è solo luogo degli affetti (dove c’e famiglia, c’è amore). È un'impresa sociale che produce il bene più grande per la società: l'uomo, l'umanità. Il capitale sociale».




