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Il quotidiano kenyano Daily Nation ha riferito che circa centomila persone provenienti da tutto il mondo sono arrivate sabato scorso a Nyeri, in Kenya centrale, per assistere alla cerimonia alla Dedan Kimathi University in cui suor Irene Stefani è stata dichiarata beata dal cardinale Polycarpo Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam. Una folla sterminata. Altri milioni hanno guardato l'evento in diretta televisiva. Suor Irene Stefani, italiana, nata in provincia di Brescia nel 1891 e appartenente alle Suore Missionarie della Consolata, arrivò la prima volta in Kenya nel 1915 e vi morì nel 1930, all'età di 39 anni, curando un uomo ammalato di peste, felice di andare "in Paradiso", come dice a chi le è accanto in lacrime. La chiamano “Nyaatha”, cioè “madre misericordiosa”.
La vita
Battezzata col nome di Mercede, quinta di dodici figli, a 20 anni entra tra le Missionarie della Consolata, a 23 parte per il Kenya. Per i primi anni si dedica all’assistenza negli ospedali militari, strutture fatiscenti senza nulla, dove pulisce e fascia le ferite dei portatori africani, arruolati per trasportare materiale bellico della Prima Guerra Mondiale. Il suo motto è: “Dolcezza, affabilità grande, molta, molta pazienza”.
Nel 1920, suor Irene raggiunge la missione di Ghekondi, dove si dedica all’insegnamento scolastico. Gira per le capanne, col sorriso e un rosario in mano, alla ricerca di ragazzini da invitare a scuola e così conosce e aiuta come può anche le loro mamme. Insegna alle giovani consorelle, giunte da lei per il tirocinio missionario, e le circonda di affetto e attenzioni. Poi, nel settembre 1930, mentre si trova a Nyeri per gli esercizi spirituali matura il desiderio di offrire la propria vita per le missioni. La superiora le nega finché può il permesso di tornare a Ghekondi dove intanto a preso a infuriare la peste, poi si arrende alle sue insistenze. Irene comincia ad assistere i malati, un uomo in particolare: «Quest’uomo, da cui ha contratto la malattia, faceva di tutto per togliere suor Irene dal suo lavoro», ha raccontato a Radio Vaticana suor Jacinta Theuri, missionaria della Consolata originaria di Nyeri, in Kenya. «Invece, suor Irene non si è fermata. È andata avanti a cercarlo, anche nei momenti in cui lui aveva più bisogno. Lo ha curato e curandolo ha preso questa malattia. Per questo tanta gente dice che lei non è morta per la malattia, ma è morta per amore».
Il miracolo (nascosto) dell'acqua
È il 10 gennaio 1989, nel villaggio mozambicano di Nipepe è l’ora della messa. Ad un certo punto ecco spari, raffiche di armi, urla, veicoli che arrivano e annunciano una strage come tante altre in quel periodo. È un blitz dei miliziani della “Renamo” che da 20 anni combattono contro il partito filomarxista del “Frelimo”. Circa 230 persone, metà bambini, scappano terrorizzate e si asserragliano in chiesa, subito circondata. Comincia l’assedio. Dentro non c’è niente da mangiare e bere per tutta quella folla. Qualche biscotto della Caritas avanzato da una festa di Battesimo e un po’ d’acqua del fonte battesimale, ricavato da un tronco pieno di fessure.
Nel pomeriggio, il parroco, padre Giuseppe Frizzi, chiama i catechisti e propone di elevare una preghiera di intercessione a suor Irene Stefani, missionaria del suo Istituto, la Consolata. La richiesta è quasi impossibili data la circostanza: che tutti si salvino. La preghiera viene ripetuta da tutti per due giorni, fino a quando 140 persone vengono fatte uscire, caricate come bestie da soma e costrette a marciare per decine di chilometri nella foresta. Gli altri 80 restano in chiesa un altro giorno, poi i miliziani se ne vanno.All'inizio quasi nessuno fa caso al primo prodigio tra quelli che porteranno suor Irene agli altari: l’acqua del fonte battesimale ha continuato a dissetare tutti senza esaurirsi. E poi l’altro prodigio. Dopo una settimana tutti i 140 ritornano al villaggio. E raccontano storie incredibili: esecuzioni sommarie scampate per un soffio, campi minati attraversati senza saltare in aria. Questo il “miracolo” collettivo ottenuto da suor Irene, che 60 anni prima aveva lasciato in Kenya il ricordo di un coraggio e una carità smisurati.
«Irene», ha detto ancora suor Jacinta Theuri, «è stata una madre, una madre in tutti i sensi: madre spirituale e madre che nutriva anche il corpo, i bisogni del corpo. Per questo la gente l’ha chiamata “la madre di misericordia”, “la madre tutta tenera”. E ancora, di generazione in generazione, si tramanda la storia di questa grande donna e anche di altri missionari della Consolata che lavoravano in quella zona. Suor Irene non ha mai discriminato o allontanato le persone e per questo ha conquistato tanto la fiducia della gente».
La vita
Battezzata col nome di Mercede, quinta di dodici figli, a 20 anni entra tra le Missionarie della Consolata, a 23 parte per il Kenya. Per i primi anni si dedica all’assistenza negli ospedali militari, strutture fatiscenti senza nulla, dove pulisce e fascia le ferite dei portatori africani, arruolati per trasportare materiale bellico della Prima Guerra Mondiale. Il suo motto è: “Dolcezza, affabilità grande, molta, molta pazienza”.
Nel 1920, suor Irene raggiunge la missione di Ghekondi, dove si dedica all’insegnamento scolastico. Gira per le capanne, col sorriso e un rosario in mano, alla ricerca di ragazzini da invitare a scuola e così conosce e aiuta come può anche le loro mamme. Insegna alle giovani consorelle, giunte da lei per il tirocinio missionario, e le circonda di affetto e attenzioni. Poi, nel settembre 1930, mentre si trova a Nyeri per gli esercizi spirituali matura il desiderio di offrire la propria vita per le missioni. La superiora le nega finché può il permesso di tornare a Ghekondi dove intanto a preso a infuriare la peste, poi si arrende alle sue insistenze. Irene comincia ad assistere i malati, un uomo in particolare: «Quest’uomo, da cui ha contratto la malattia, faceva di tutto per togliere suor Irene dal suo lavoro», ha raccontato a Radio Vaticana suor Jacinta Theuri, missionaria della Consolata originaria di Nyeri, in Kenya. «Invece, suor Irene non si è fermata. È andata avanti a cercarlo, anche nei momenti in cui lui aveva più bisogno. Lo ha curato e curandolo ha preso questa malattia. Per questo tanta gente dice che lei non è morta per la malattia, ma è morta per amore».
Il miracolo (nascosto) dell'acqua
È il 10 gennaio 1989, nel villaggio mozambicano di Nipepe è l’ora della messa. Ad un certo punto ecco spari, raffiche di armi, urla, veicoli che arrivano e annunciano una strage come tante altre in quel periodo. È un blitz dei miliziani della “Renamo” che da 20 anni combattono contro il partito filomarxista del “Frelimo”. Circa 230 persone, metà bambini, scappano terrorizzate e si asserragliano in chiesa, subito circondata. Comincia l’assedio. Dentro non c’è niente da mangiare e bere per tutta quella folla. Qualche biscotto della Caritas avanzato da una festa di Battesimo e un po’ d’acqua del fonte battesimale, ricavato da un tronco pieno di fessure.
Nel pomeriggio, il parroco, padre Giuseppe Frizzi, chiama i catechisti e propone di elevare una preghiera di intercessione a suor Irene Stefani, missionaria del suo Istituto, la Consolata. La richiesta è quasi impossibili data la circostanza: che tutti si salvino. La preghiera viene ripetuta da tutti per due giorni, fino a quando 140 persone vengono fatte uscire, caricate come bestie da soma e costrette a marciare per decine di chilometri nella foresta. Gli altri 80 restano in chiesa un altro giorno, poi i miliziani se ne vanno.All'inizio quasi nessuno fa caso al primo prodigio tra quelli che porteranno suor Irene agli altari: l’acqua del fonte battesimale ha continuato a dissetare tutti senza esaurirsi. E poi l’altro prodigio. Dopo una settimana tutti i 140 ritornano al villaggio. E raccontano storie incredibili: esecuzioni sommarie scampate per un soffio, campi minati attraversati senza saltare in aria. Questo il “miracolo” collettivo ottenuto da suor Irene, che 60 anni prima aveva lasciato in Kenya il ricordo di un coraggio e una carità smisurati.
«Irene», ha detto ancora suor Jacinta Theuri, «è stata una madre, una madre in tutti i sensi: madre spirituale e madre che nutriva anche il corpo, i bisogni del corpo. Per questo la gente l’ha chiamata “la madre di misericordia”, “la madre tutta tenera”. E ancora, di generazione in generazione, si tramanda la storia di questa grande donna e anche di altri missionari della Consolata che lavoravano in quella zona. Suor Irene non ha mai discriminato o allontanato le persone e per questo ha conquistato tanto la fiducia della gente».



