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Il cardinale Camillo Ruini in un'immagine del 2007
Uomo di potere o ultimo baluardo di una Chiesa condannata, altrimenti, all’irrilevanza? Sarà la Storia, quella con la S maiuscola, a dare un giudizio definitivo sul cardinale Camillo Ruini, morto a Roma martedì 16 giugno all’età di 95 anni. Adesso è il tempo della preghiera e del silenzio su un uomo che, vicario del Papa, Giovanni Paolo II, per la diocesi di Roma dal 1° luglio 1991 al 27 giugno 2008 e presidente della Conferenza episcopale italiana per due mandati (dal 7 marzo 1991 alla stessa data del 2007), ha plasmato, nel bene e nel male, la Chiesa italiana tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila.


Il cardinale Camillo Ruini con Giovanni Paolo II nel 2003
(ANSA)Più presenza che dialogo
Nato a Sassuolo (Modena) il 19 febbraio 1931 e ordinato sacerdote nel 1954, comincia la sua grande ascesi con il pontificato di Giovanni Paolo II che lo nomina prima, nel 1983, vescovo ausiliare di Reggio Emillia e Guastalla e poi, nel 1986, segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Diventa cardinale, il più giovane tra gli italiani, il 21 febbraio 1998.
Uomo non tanto del dialogo quanto piuttosto della “presenza”, è stato tra i principali artefici di un ritorno, marcatamente politico, della Chiesa sulla scena pubblica. Chi ha vissuto l’Italia tra il 1991 e il 2007 ricorda bene una frase che circolava nei palazzi romani: «Prima c’è Ruini, poi c’è tutto il resto».
Amico e confidente di Karol Wojtyła, che lo ascoltava anche sulle nomine episcopali italiane, seppe trasformare la Cei in un soggetto politico attivo teorizzando i cosiddetti «valori non negoziabili»: difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale, sostegno alla scuola privata cattolica, obiezione di coscienza.
Sul piano pratico, ciò significò un’alleanza organica con il centrodestra di Silvio Berlusconi e una sorta di “scomunica” per tutti coloro che consideravano questi temi piuttosto necessario oggetto di una mediazione politica. L’approccio ruiniano di quegli anni, duro e senza cedimenti, ha contribuito a irrigidire il dibattito italiano, delegittimando chiunque non la pensasse esattamente come il cardinale.


Il cardinale Camillo Ruini nel 2015 nella Basilica di San Pietro
(ANSA)1997, le accuse di «spregiudicatezza» a Famiglia Cristiana
Dopo il convegno ecclesiale di Palermo, nel 1995, lancia il progetto culturale sostenendo la necessità di una presenza della Chiesa e dei cattolici nel mondo della cultura. Progetto criticato all’interno della stessa Chiesa cattolica per la parzialità e la pretesa di universalità che caratterizzava l’iniziativa. Sono gli anni in cui si registrano tensioni anche con Famiglia Cristiana. Nell’autunno del 1997 il cardinale critica pubblicamente la linea editoriale della nostra rivista, accusandola di «estrema spregiudicatezza» nell’affrontare temi morali e religiosi. È l’avvio di una fase che porterà al commissariamento e a un cambio dei vertici della direzione della rivista.
2007, la battaglia contro i Dico del governo Prodi
Nel 2007, dopo l’annuncio del governo di Romano Prodi di creare uno status giuridico per le coppie di fatto, i Dico, il cardinale, che sembrava sposasse il testo preparato con grande equilibrio da Rosy Bindi e Barbara Pollastrini, si muove per bloccarne il progetto. «Prodi era mio amico, è vero. Ma non sulle unioni civili! Abbiamo fermato questo progetto. Ho fatto cadere il suo governo! Ho fatto cadere Prodi! Le unioni civili: questo era il mio campo di battaglia», dichiarò nel 2018, salvo poi cambiare opinione più recentemente considerando i Dico meno peggio delle unioni civili approvate in seguito.
Nel 2019, quando Ruini “apre” al leader della Lega Matteo Salvini, tornano le tensioni con Famiglia Cristiana che lo critica per alcune posizioni espresse dal cardinale in un’intervista al Corriere della Sera, in particolare per l’indulgenza verso l’esibizione pubblica del Rosario.


Ruini con Giovanni Paolo II nel 2002 al termine del suo mandato come vicario del Papa per la Diocesi di Roma
(ANSA)I contrasti con papa Francesco
Con il Pontificato di papa Francesco, aspramente criticato da Ruini, i «valori non negoziabili» escono dal linguaggio della Chiesa. Una posizione che il cardinale non ha mai digerito tanto da voler essere trai primi a parlare nelle Congregazioni, le riunioni dei cardinali che si sono tenute prima dell’ultimo conclave che ha eletto Leone XIV. Non potendo entrare nella Cappella Sistina per eleggere il nuovo Papa, avendo ampiamente superato gli 80 anni, Ruini, fattosi accompagnare in sedia a rotelle e già gravemente malato, non ha esitato a chiedere di cambiare rotta, di «restituire la Chiesa al suo popolo», dichiarando anche di essersi trovato «in difficoltà con papa Francesco».
Lo “scisma silenzioso”
Intellettuale raffinato, Ruini non ha mancato di sottolineare il sogno di una «Chiesa maestra di verità», lontana però dallo spirito sinodale voluto da Bergoglio. Sotto la sua presidenza della Cei si è consumato quella che gli analisti chiamano «lo scisma silenzioso», l’allontanamento cioè, senza rumore, di tanti fedeli che non si sono più sentiti in una casa accogliente e vicina alla gente, ma che hanno visto la sostituzione sempre più marcata della pastorale con la militanza.


Ruini nel 2015 alla celebrazione di apertura del Sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco
(ANSA)2026, il referendum sulla giustizia
Non si è risparmiato neppure durante l’ultimo referendum sulla riforma della giustizia con la separazione delle carriere. Dopo che la Chiesa italiana aveva chiesto di promuovere dibattiti senza esprimere posizioni di voto, ha rilasciato, invece, un’ampia intervista sempre al Corriere della Sera, nella quale spiegava perché bisognasse votare sì e perché Giorgia Meloni sta governando bene.
Negli ultimi anni, in una intervista al mensile Il Timone aveva dichiarato di non rimpiangere nulla: «Ho fatto ciò che dovevo fare», ha detto quasi in un testamento spirituale. Al contrario, la Chiesa più conciliare ribatte che, se i valori non si negoziano, le forme del loro annuncio sì. Ed è lì, forse, che si è marcata la distanza di due visioni molto diverse.




