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Ogni mattina migliaia di filippini si svegliano e s’imbattono nel sorriso contagioso di Luis Antonio Tagle che dal pulpito mediatico di Kape’t Pandasal (Caffè e preghiera), il programma che conduce tutti i giorni su Tv Maria, dimostra che la gioia, come diceva Chesterton, «è il gigantesco segreto del cristiano».
Il cardinale Tagle, 56 anni, arcivescovo di Manila, tra i papabili all’ultimo Conclave, è uno dei tre presidenti del Sinodo della famiglia insieme ai cardinale di Parigi Vingt-Trois e Aparecida Damasceno Assis. Di lui dicono che ha «il carisma di Giovanni Paolo II e la statura teologica di Benedetto XVI».
I poveri dei sobborghi di Manila – dove vivono 2 milioni e mezzo di cattolici e i preti sono solo 200 – lo conoscono bene perché va spesso a trovarli. O li invita a mangiare da lui, dove abita. Una volta, racconta, prese in braccio una bimba che viveva nella “montagna di fumo” dove i rifiuti che bruciano sono il pane quotidiano di tanti disperati e la piccola si mise a giocherellare con il suo naso e le orecchie: «Ma tu sei quello della foto nella cappella!», gli disse. «Nei quartieri ricchi di Manila», chiosa , «non ci sono tanti bambini che riconoscono l'arcivescovo dalla foto. Ecco perché i poveri sono da privilegiare, sono i nostri primi “professori”».
Ha un gusto dell’umano che lo spinge a stare in mezzo alla gente, cantare e fare festa con loro. Lo incontriamo a Milano, dove è stato invitato dal cardinale Angelo Scola per raccontare la sua esperienza pastorale e in Duomo ha fatto il pieno di entusiasmo con oltre 20mila connazionali accorsi da tutto il Nord Italia per partecipare alla sua Messa.
Un anno fa veniva eletto papa Francesco. Quale bilancio, visto da Manila?
«Nelle Filippine e in molte parti dell’Asia quest’anno di pontificato di Francesco è risultato una grazia e una benedizione, non solo dai cattolici, ma anche da chi non lo è. Ogni pontificato, specie all’inizio, è sempre un nuovo soffio d’aria, una finestra aperta, perché ogni Papa aggiunge la propria personalità al ministero, mentre molte cose, dalla dottrina ai sacramenti, restano uguali. Giovanni Paolo II portò il proprio carisma. Poi è arrivato papa Benedetto, con il suo profilo intellettuale. Ora abbiamo un Papa dell’America latina che sta annunciando il Vangelo alla Chiesa e al mondo attraverso gesti molto semplici, compresi anche dai non cristiani. I media e la gente si soffermano sul suo progressismo, ma io penso che tutto ciò che fa sia invece molto antico. Non c’è nulla di nuovo nel toccare i malati e abbracciare i bambini, già Gesù Cristo lo faceva. Non credo che Francesco stia distruggendo o cambiando la tradizione, ma sta tornando a un’antica tradizione, che ha bisogno di essere riscoperta da una generazione che intende più facilmente i gesti e le immagini. Per i cattolici dell’Asia ciò che sta facendo non è astratto».
In vista del Sinodo di ottobre sulla famiglia si parla moltissimo, anche se non è l’unico problema, della situazione dei divorziati risposati. A che punto è la discussione?
«La Chiesa è molto preoccupata per la situazione dolorosa di queste persone. È una realtà molto complessa, io stesso sono rimasto sorpreso, pensavo fosse più semplice: c’è da considerare la relazione tra matrimonio ed Eucaristia e con la dimensione sacramentale della Chiesa. Ciò che è scaturito molto chiaramente finora è che siamo nel bel mezzo del processo di conoscere la complessità della questione. Nel Concistoro una cosa interessante è stata la reazione dei cardinali di Europa e Nord America quando hanno appreso la situazione delle persone separate in Africa e Asia. Nelle Filippine non c’è il divorzio, ma di fatto molte coppie sono separate da povertà ed emigrazione. A volte c’è gente che va all’estero per ottenere documenti legali per testimoniare che sono sposati con qualcun’altro, ma secondo le leggi filippine restano coniugati con il consorte. In alcune zone dell’Africa, anche tra cristiani, se una donna non può dare figli, è accettato che l’uomo abbia un’altra donna per averne, ma non c’è divorzio. La missione è complessa, ma stimolante: non è facile trovare una legge generale a situazioni così diverse fra loro».
Il cardinale Kasper nella sua relazione introduttiva al Concistoro ha osservato come i divorziati risposati oggi non possano ricevere la comunione sacramentale, ma quella spirituale sì, se ben disposti, e ha ricordato che nella Chiesa antica era possibile riammettere queste persone ai sacramenti dopo una pratica penitenziale. Sarà questa la soluzione che adotterà il Sinodo?
«Questa è una delle domande che si stanno ponendo i cardinali e i vescovi e alla quale non hanno ancora trovato risposta. Io stesso non sono in grado di dare una riposta. Credo comunque che il tema principale della discussione sia capire in che modo la comunione spirituale sia in relazione con quella sacramentale. Alcuni sostengono che siano totalmente separate, che la prima ha alcuni effetti e la seconda altri del tutto diversi. C'è chi sostiene invece che abbiano gli stessi effetti. Ovviamente ci sono differenti visioni. Comunque, il cardinale Kasper ha spiegato chiaramente che non intendeva dare nessuna risposta ma ha detto che bisogna approfondire e studiare bene la questione».
Per annunciare il Vangelo oggi cosa è necessario?
«A Manila c’è stato un sondaggio tra i giovani da cui è emerso che non vogliono preti o vescovi arrabbiati, sempre pronti a condannare, ma di voler sentire la bellezza del Vangelo di Gesù e percepire la bontà del messaggio nella persona che lo annuncia. Per me non è qualcosa di superficiale perché è il modo dei giovani di dirci che vogliono consistenza, testimonianza non solo spiegazioni della Parola. Non basta un sorriso o una strategia, ma bisogna vivere da dentro la verità. Se riesco ad addentrarmi nella verità, anche attraverso i media, la gente può percepirla. Quando mi guardo in Tv, faccio autocritica e mi chiedo se sono stato un attore o un annunciatore genuino».
Cosa significa per lei una Chiesa povera per i poveri?
«La povertà evangelica è il frutto di una conversione personale e comunitaria. È facile parlare di povertà e di Chiesa povera e compiere azioni caritatevoli per i poveri, ma essere poveri nel cuore e nella mente è molto diverso. Ed è nel cuore e nella mente che noi crediamo o meno in Dio. Per me, una Chiesa povera per i poveri non può essere misurata solo sulle azioni esterne. Se sono povero nel cuore posso andare dove voglio, ma se non lo sono, non riesco, perché il cuore è legato al comfort. Abbiamo molte attività e programmi per i poveri: ciò su cui dovremmo lavorare di più è la nostra povertà interiore».
Il cardinale Tagle, 56 anni, arcivescovo di Manila, tra i papabili all’ultimo Conclave, è uno dei tre presidenti del Sinodo della famiglia insieme ai cardinale di Parigi Vingt-Trois e Aparecida Damasceno Assis. Di lui dicono che ha «il carisma di Giovanni Paolo II e la statura teologica di Benedetto XVI».
I poveri dei sobborghi di Manila – dove vivono 2 milioni e mezzo di cattolici e i preti sono solo 200 – lo conoscono bene perché va spesso a trovarli. O li invita a mangiare da lui, dove abita. Una volta, racconta, prese in braccio una bimba che viveva nella “montagna di fumo” dove i rifiuti che bruciano sono il pane quotidiano di tanti disperati e la piccola si mise a giocherellare con il suo naso e le orecchie: «Ma tu sei quello della foto nella cappella!», gli disse. «Nei quartieri ricchi di Manila», chiosa , «non ci sono tanti bambini che riconoscono l'arcivescovo dalla foto. Ecco perché i poveri sono da privilegiare, sono i nostri primi “professori”».
Ha un gusto dell’umano che lo spinge a stare in mezzo alla gente, cantare e fare festa con loro. Lo incontriamo a Milano, dove è stato invitato dal cardinale Angelo Scola per raccontare la sua esperienza pastorale e in Duomo ha fatto il pieno di entusiasmo con oltre 20mila connazionali accorsi da tutto il Nord Italia per partecipare alla sua Messa.
Un anno fa veniva eletto papa Francesco. Quale bilancio, visto da Manila?
«Nelle Filippine e in molte parti dell’Asia quest’anno di pontificato di Francesco è risultato una grazia e una benedizione, non solo dai cattolici, ma anche da chi non lo è. Ogni pontificato, specie all’inizio, è sempre un nuovo soffio d’aria, una finestra aperta, perché ogni Papa aggiunge la propria personalità al ministero, mentre molte cose, dalla dottrina ai sacramenti, restano uguali. Giovanni Paolo II portò il proprio carisma. Poi è arrivato papa Benedetto, con il suo profilo intellettuale. Ora abbiamo un Papa dell’America latina che sta annunciando il Vangelo alla Chiesa e al mondo attraverso gesti molto semplici, compresi anche dai non cristiani. I media e la gente si soffermano sul suo progressismo, ma io penso che tutto ciò che fa sia invece molto antico. Non c’è nulla di nuovo nel toccare i malati e abbracciare i bambini, già Gesù Cristo lo faceva. Non credo che Francesco stia distruggendo o cambiando la tradizione, ma sta tornando a un’antica tradizione, che ha bisogno di essere riscoperta da una generazione che intende più facilmente i gesti e le immagini. Per i cattolici dell’Asia ciò che sta facendo non è astratto».
In vista del Sinodo di ottobre sulla famiglia si parla moltissimo, anche se non è l’unico problema, della situazione dei divorziati risposati. A che punto è la discussione?
«La Chiesa è molto preoccupata per la situazione dolorosa di queste persone. È una realtà molto complessa, io stesso sono rimasto sorpreso, pensavo fosse più semplice: c’è da considerare la relazione tra matrimonio ed Eucaristia e con la dimensione sacramentale della Chiesa. Ciò che è scaturito molto chiaramente finora è che siamo nel bel mezzo del processo di conoscere la complessità della questione. Nel Concistoro una cosa interessante è stata la reazione dei cardinali di Europa e Nord America quando hanno appreso la situazione delle persone separate in Africa e Asia. Nelle Filippine non c’è il divorzio, ma di fatto molte coppie sono separate da povertà ed emigrazione. A volte c’è gente che va all’estero per ottenere documenti legali per testimoniare che sono sposati con qualcun’altro, ma secondo le leggi filippine restano coniugati con il consorte. In alcune zone dell’Africa, anche tra cristiani, se una donna non può dare figli, è accettato che l’uomo abbia un’altra donna per averne, ma non c’è divorzio. La missione è complessa, ma stimolante: non è facile trovare una legge generale a situazioni così diverse fra loro».
Il cardinale Kasper nella sua relazione introduttiva al Concistoro ha osservato come i divorziati risposati oggi non possano ricevere la comunione sacramentale, ma quella spirituale sì, se ben disposti, e ha ricordato che nella Chiesa antica era possibile riammettere queste persone ai sacramenti dopo una pratica penitenziale. Sarà questa la soluzione che adotterà il Sinodo?
«Questa è una delle domande che si stanno ponendo i cardinali e i vescovi e alla quale non hanno ancora trovato risposta. Io stesso non sono in grado di dare una riposta. Credo comunque che il tema principale della discussione sia capire in che modo la comunione spirituale sia in relazione con quella sacramentale. Alcuni sostengono che siano totalmente separate, che la prima ha alcuni effetti e la seconda altri del tutto diversi. C'è chi sostiene invece che abbiano gli stessi effetti. Ovviamente ci sono differenti visioni. Comunque, il cardinale Kasper ha spiegato chiaramente che non intendeva dare nessuna risposta ma ha detto che bisogna approfondire e studiare bene la questione».
Per annunciare il Vangelo oggi cosa è necessario?
«A Manila c’è stato un sondaggio tra i giovani da cui è emerso che non vogliono preti o vescovi arrabbiati, sempre pronti a condannare, ma di voler sentire la bellezza del Vangelo di Gesù e percepire la bontà del messaggio nella persona che lo annuncia. Per me non è qualcosa di superficiale perché è il modo dei giovani di dirci che vogliono consistenza, testimonianza non solo spiegazioni della Parola. Non basta un sorriso o una strategia, ma bisogna vivere da dentro la verità. Se riesco ad addentrarmi nella verità, anche attraverso i media, la gente può percepirla. Quando mi guardo in Tv, faccio autocritica e mi chiedo se sono stato un attore o un annunciatore genuino».
Cosa significa per lei una Chiesa povera per i poveri?
«La povertà evangelica è il frutto di una conversione personale e comunitaria. È facile parlare di povertà e di Chiesa povera e compiere azioni caritatevoli per i poveri, ma essere poveri nel cuore e nella mente è molto diverso. Ed è nel cuore e nella mente che noi crediamo o meno in Dio. Per me, una Chiesa povera per i poveri non può essere misurata solo sulle azioni esterne. Se sono povero nel cuore posso andare dove voglio, ma se non lo sono, non riesco, perché il cuore è legato al comfort. Abbiamo molte attività e programmi per i poveri: ciò su cui dovremmo lavorare di più è la nostra povertà interiore».




