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Fonte: Facebook


Per raccontare la storia di don Roberto Fiscer si potrebbe incominciare da quando, durante una serata in discoteca da dj “stellato”, sentì la nostalgia dei ragazzi della parrocchia. O da quando, nell’ultima serata della Giornata mondiale della gioventù nel 2000 a Roma, si addormentò sul prato e al risveglio si sentì diverso. O da quando, appena nominato parroco di Arenzano, alle porte di Genova, andò a celebrare al mare la Messa: «La Chiesa non è forse nata in spiaggia?». Oppure, ma sarebbe questa la scelta più scontata, si potrebbe raccontare dei video che su Tik Tok, Instagram e Facebook fanno migliaia di visualizzazioni e raccolgono follower numerosi come i pesci nel mare: 692 mila su Tik Tok, 197 mila su Instagram e 25 mila su Facebook. Per tutti don Roberto Fiscer, 49 anni, genovese nato nel quartiere di Staglieno, è il «prete più amato» dei social, come recita la sovracoperta del libro Vita spiricolata (scritto proprio così), che ha pubblicato di recente con Piemme. È meglio, però, incontrarlo di persona per provare a capire cosa si nasconda dietro quei video spiritosi, a volte un po’ irriverenti, che parlano ai ragazzi della fede e dell’essere Chiesa.
UNA CHIAMATA INASPETTATA
La sua è stata una vocazione fulminante. Ce la racconta nella parrocchia che gli è stata affidata: quella della Santissima Annunziata del Chiappeto, nel quartiere genovese di Borgoratti. Fino a 24 anni ben poche cose nella vita di Roberto lasciavano presagire cosa sarebbe diventato, a parte qualche campo con i ragazzi e un’esperienza da chierichetto. «Avevo perso la mamma, ero reduce da un’adolescenza difficile, con un approccio complicato con il lavoro», racconta. Un diploma all’Istituto nautico di Camogli, diversi lavori saltuari, una vacanza in campeggio in Sardegna in cui si rivela in una discoteca il suo talento da dj. Poi l’esperienza da animatore sulle navi, quindi il lavoro in un negozio di telefonia. Attività molto diverse, ma a ben guardare si vede già il filo del destino: la comunicazione. Prima della fatidica Gmg ci sarà l’animazione in parrocchia, poi l’incontro con le suore benedettine della Provvidenza che accoglievano nella loro casa bambini con problemi familiari: «Iniziai a fare volontariato presso di loro», racconta il sacerdote, «e ne diventai entusiasta». Subito dopo, ecco l’occasione di partecipare alla Giornata della gioventù: «Vi andai, con l’idea di trovare una compagna», racconta, «invece, ne rimasi scombussolato. Sentii che qualcuno mi stava chiamando». A Roma Fiscer sente «un fortissimo legame con la preghiera, con la catechesi, con l’unità e la fatica di tutte quelle persone». Il ritorno a Genova è venato da riflessioni profonde: «Cercai informazioni sul seminario», dice. «Sapevo dove fosse, perché un amico della parrocchia si era appena fatto prete: mi accorsi che avevo i suoi stessi sintomi. Vi entrai con la sensazione di aver trovato la strada giusta». Da lì è partita una vita nuova. Oggi don Roberto sembra appartenere a una famiglia trasversale della Chiesa, quella dei grandi comunicatori. Cita san Francesco di Assisi – «don Andrea Gallo mi definì “il giullare di Dio”» – ma anche san Filippo Neri, Nuovi Orizzonti di Chiara Amirante, i servi di Dio focolarini Carlo Grisolia e Alberto Michelotti. Non mancano Piergiorgio Frassati e il suo motto: «Vivere, ma non vivacchiare».
NUOVI LINGUAGGI
Viene da chiedersi come sia percepito in parrocchia questo sacerdote con il cappellino da rapper, che racconta nei video come fare la Comunione e guida anche “Radio fra le note”, emittente web con un vero palinsesto e che per due volte alla settimana trasmette dall’ospedale pediatrico Gaslini di Genova. «I fedeli mi capiscono», confida, «sanno che quello che compare sui social è l’apice visibile dell’attenzione agli altri». E in ambienti curiali? «Ho sempre colto, nei miei superiori, una santa pazienza nei miei confronti. Penso che anche loro comprendano cosa sta dietro alla mia attività». Ci sono, però, anche i detrattori e non sono pochi: «Molti non capiscono il valore di un social. Il video può arrivare a una persona lontana, che mai in altri modi incontrerebbe la Chiesa. Oggi siamo sempre di corsa, abbiamo un approccio superficiale alle cose: ma i social possono entrare in quella voragine di superficialità che abitualmente ci impedisce di legarci al mondo». In fondo, don Fiscer combatte la superficialità usando le sue stesse armi. «È vero», annuisce, «è una partita da giocare con un cavallo di Troia, riempito di contenuti». Per i lettori, ecco qualche dritta: «Primo consiglio: far vedere la bellezza della Chiesa, dello stare insieme. Secondo: non accentrare la comunicazione su di sé. Terzo: studiare i trend degli argomenti più attuali prima di postare. Quarto: coinvolgere la comunità nell’attività social. Quinto: non aver paura di usare un linguaggio semplice». In fondo, sembra divertente.







