La pietra rotolata, il sepolcro vuoto. Da oltre duemila anni i cristiani di tutto il mondo celebrano il mistero della morte e Risurrezione di Cristo. E oggi, più che mai, guardano ai luoghi dove tutto ebbe inizio con apprensione e solidarietà. Soprattutto dopo che, nella domenica delle Palme, era stato impedito l’accesso al Santo Sepolcro al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo. Dopo le proteste del mondo, però, in accordo con le autorità israeliane, i capi delle Chiese, senza fedeli, potranno entrare a celebrare la Pasqua. Gli antichi riti trasmessi in diretta a dare conforto ai fedeli che soffrono.

Ma intanto si continua a morire nella terra di Gesù. A Gaza, dove gli aiuti umanitari arrivano con il contagocce, in Cisgiordania dove i villaggi anche cristiani sono presi d’assalto dai coloni, in Libano, in Siria… Fioccano gli allarmi aerei a Gerusalemme. I frati della Custodia di Terra Santa, mentre la popolazione cerca scampo nei bunker, trovano conforto nella preghiera. Nonostante la chiusura, il 28 febbraio, dell’accesso alla chiesa del Santo Sepolcro, come non era mai accaduto prima, e la cancellazione di molte celebrazioni pasquali, le Chiese orientali rimangono presidio a difesa delle «pietre della memoria», edifici e luoghi di culto, e delle «pietre vive», le comunità, che abitano queste terre.

Fra Francesco Ielpo chiede, nonostante tutto, di non perdere la speranza. «L’invito grande», dice al telefono poco dopo essere tornato dal Libano a Gerusalemme e mentre si appresta a vivere una Pasqua difficile, «è che ciascuno di noi chieda la grazia della conversione. Soprattutto in questi giorni. Perché il futuro buono nasce soltanto da una vita completamente evangelica, capace di vivere con gli stessi sentimenti che furono di Gesù. La preghiera grande che dobbiamo fare in questi giorni di Pasqua è quella di cercare di avere uno sguardo come il Suo, uno sguardo di pace, capace di vedere sempre oltre una tomba, oltre le pietre, oltre i muri, oltre le divisioni. E di conservare un cuore che non si lasci contaminare dall’odio, dalla vendetta, dal rancore».

Niente Via Crucis per le strade della Città antica di Gerusalemme, niente processione per le Palme, niente celebrazioni solenni e partecipate per la Pasqua, le comunità cristiane confidano, per la loro sopravvivenza in quelle terre, nella generosità e nell’appoggio dei cristiani di tutto il mondo. I quali, in particolare il Venerdì Santo, per volere di papa Paolo VI, pregano per i fratelli e le sorelle del Medio Oriente e raccolgono fondi, in tutte le parrocchie, per le loro necessità.

Fra Ielpo parte da un racconto del 2017 per spiegare cosa significhi, per chi sta perdendo tutto, questa raccolta. In quell’anno era andato in Siria dai suoi frati. Aleppo era distrutta al 75 per cento. Di notte viene bombardata una palazzina dove vivevano otto famiglie. Muore un ragazzo di 18 anni. Fra Ielpo, tornato in Italia, trova due benefattori che raccolgono il necessario per la ricostruzione. Molti mesi dopo, insieme, vanno in Siria. «Arriviamo di notte, non c’era corrente elettrica. Al buio incontriamo queste otto famiglie. Il papà del ragazzo ucciso piange. Pensavo fosse per il figlio morto, invece il parroco mi traduce dall’arabo che l’uomo piangeva perché non avrebbe mai immaginato che dall’altra parte del mondo potessero esserci delle persone che, senza sapere nulla di lui, lo avevano aiutato. Quella notte lì ho capito che cos’è la Chiesa, cosa sono la comunione e la carità». Sono questi, continua il francescano, «i gesti di speranza. Anche nel dramma che stai vivendo sai che c’è qualcuno che non ti conosce, ma che ti vuole bene. Questo è il miracolo della Chiesa».

Un miracolo che continua a ripetersi. «Si tratta di una preghiera viva, che sostiene una speranza non astratta». E quello che arriva è a favore «di tutte le Chiese orientali», spiega il francescano, «non solo della Custodia. Un sostegno per la vita ordinaria della Chiesa, per la formazione, per l’educazione, per l’istruzione, per la conservazione dei luoghi santi, per l’accoglienza dei pellegrini, per le opere di carità, per le emergenze umanitarie, come purtroppo è accaduto sempre di più in questi ultimi anni. Con le donazioni creiamo opportunità di lavoro, diamo aiuti sanitari. Un contributo che è a sostegno della vita della comunità cristiana e non solo, perché quando si fa del bene lo si fa per tutte le famiglie che soffrono». Le priorità sono tante, in particolare per quanti, quasi fermo il turismo religioso, hanno perso il lavoro. Per le famiglie che non hanno il necessario per vivere, per mandare i figli a scuola, per progettare il futuro.

Sono centinaia i progetti resi possibili da questo gesto, che significa «dare un po’ del nostro denaro per aiutare i fratelli e le sorelle in estremo pericolo a vivere un giorno di più, a trovare la possibilità di sperare e di ricominciare», come ha spiegato il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali. Un aiuto importante per la Terra Santa martoriata, ma anche per chi dona perché, conclude il cardinale, «questo gesto ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco».