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A Gerace, ogni mattina, si è incantati dal sole che emerge dal Mar Jonio, tra Punta Stilo e Capo Bruzzano, là dove 2.700 anni fa sbarcarono i Locresi, dando vita a una delle più fiorenti colonie magnogreche. L’imponente cattedrale romanica fu costruita nell’anno Mille con le colonne dei templi di Locri Epizefiri, simbolo di morte e risurrezione: per ogni civiltà che sparisce, ce n’è una che prende vita.
Questo fu l’ultimo caposaldo in Italia del rito bizantino, prima che, nel 1480, proprio un vescovo greco, Attanasio Calceopulo, ne guidasse il passaggio a quello latino. E qui si è tornati cristianamente a respirare a due polmoni, tenendo insieme le tradizioni d’Occidente e d’Oriente. Ne è un esempio l’eremo di Monserrato, dove vive suor Mirella Muià. La “cattolica” del X secolo, con la sua caratteristica cupola a embrici, fu trasformata oltre seicento anni dopo dagli Aragonesi in santuario della Moreneta, la Virgen de Montserrat di Barcellona.
Dal 2002 suor Mirella, in questo lembo di terra affacciato a est, coltiva la fragile pianta dell’unità, tra i popoli e tra le fedi. Una volta al mese un prete ortodosso, padre Sergej Tikhonov, celebra la lectio divina sui Salmi. Bussano da suor Mirella, per momenti di preghiera e di confronto, anche fratelli riformati ed ebrei, gente in ricerca, oltre naturalmente a tanti fedeli cattolici. Sull’altare della chiesa c’è l’iconostasi, dipinta da lei stessa con raffinatezza. Su un tavolino adornato col tallit, accanto a un candelabro a sette braccia, è posta la Bibbia in ebraico.


foto di Giulio Archinà
Il viaggio spirituale
La Calabria, specialmente questo versante, è da sempre luogo di approdi e di incontri, di partenze e di ritorni. Proprio come la vita di Mirella, nata nel 1947 a Siderno ed emigrata a cinque anni a Genova, dove il papà faceva il lavoratore marittimo. «Ogni vita è un viaggio», ha scritto nel suo ultimo libro appena uscito. Da ragazzina cresce come una piccola “straniera”, poi studia Lingue e partecipa alle proteste del Sessantotto. Conosce Claude, un giovane francese col quale, nel 1970, si trasferisce a Parigi, dove insegna nei licei e tiene conferenze di letteratura italiana alla Sorbona. La coppia mette al mondo una figlia, oggi volontaria in Amazzonia. Mirella non ha imbarazzi a parlare della sua doppia maternità, biologica ed ecclesiale: «Da religiosa ho scoperto il dono di essere madre, anche nell’accogliere donne che hanno difficoltà in famiglia e nel ruolo genitoriale». Negli anni Novanta una crisi profonda sfocia nella separazione dal compagno e nella riconversione al cristianesimo, abbandonato nell’adolescenza. Nella basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, conosce un grande iconografo, il gesuita Egon Sendler, che la introduce all’arte sacra e alla spiritualità russe. «Fu un’esperienza fondamentale per me», racconta Mirella. «Ci incontravamo in quella che fu la casa di Jaques Maritain. Ero digiuna di tutto. L’Assoluto era nel mio vuoto e io ancora non lo sapevo».
Rinascere con la Chiesa
Avviene così anche la riscoperta delle proprie radici. Mirella sente il richiamo irresistibile della terra d’origine. A Rende è accolta da un altro gesuita, padre Pino Stancari. Per dieci anni prega e lavora lì, fin quando, nel 2001, l’allora vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini, le propone di trasferirsi a Gerace. «Pensa, a Parigi», rivela con un sorriso, «in ricordo dei miei luoghi d’infanzia, tenevo nello studio una vecchia fotografia di Santa Maria di Monserrato». Fu quasi una sfida: «Bregantini mi disse: “Se vieni, ti darò una chiesa da far rinascere”. Quelle parole corrispondevano alla chiamata che avvertivo da tempo: una Chiesa che rinasca nell’unità, attraverso l’eredità monastica dei padri del deserto».
Nello stesso anno è in visita in Calabria il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I. «Parlai con lui del mio progetto di vita eremitica, che approvò a pieno perché si innestava nella storia del monachesimo italo-greco. L’anno successivo venni dunque a Gerace».
Monserrato pian piano riprende vita. «Ho capito che la mia è una chiamata ecumenica: la Chiesa è il corpo del Risorto, ma è ferito e io voglio essere un piccolo unguento sulle piaghe delle divisioni».
Nel 2012 emette la professione perpetua come eremita diocesana. A ricordarlo le palpita il cuore: «Mi inginocchiai nella penombra della cattedrale e il vescovo mi impose a lungo le mani, invocando lo Spirito. Per me è stato l’ingresso definitivo del Mistero della Chiesa, con una densità mai assaporata prima».
Eremitismo come condivisione
Mirella è stata sostenuta dai vari vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi, compreso l’attuale, monsignore Francesco Oliva.
Questa donna minuta, dal volto ancora fresco nonostante l’età, è ormai un’altra persona rispetto alla professoressa dell’avanguardia parigina. Il capo è avvolto nel velo delle monache ortodosse, su un abito color sabbia mutuato dalla Piccola Famiglia dell’Annunziata di Dossetti. Le sue giornate sono scandite dalla meditazione e dall’aghiagrafia, la sacra scrittura delle icone. E poi, non ultime, ci sono l’accoglienza e l’ascolto. «Quest’eremo è ormai un santuario dell’ecumenismo. Vengono, tra gli altri, gli amici della comunità bizantina di Reggio e quelli dell’eparchia di Lungro, coi quali celebriamo la divina liturgia e meditiamo la Sacra scrittura».
Nella piccola foresteria in legno, suor Mirella ospita una religiosa in discernimento per un eventuale passaggio alla vita eremitica. La sua esperienza attrae e fa scuola. «L’eremitismo non è chiusura nell’isolamento, né fuga dalle relazioni umane, ma è una forma di condivisione spirituale. Per questo è essenziale il silenzio, soprattutto interiore, condizione necessaria per l’ascolto di Dio e dei fratelli». E aggiunge: «Il deserto è il nostro mondo. Non c’è bisogno di cercarlo fuori, è nelle nostre città e il monachesimo porta un respiro di vita battesimale. Di questo ha bisogno la gente. Non di idee, ma della pienezza del Signore nella vita».




