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A che cosa serve la diplomazia vaticana? A fare della pace non tanto un fine, ma un modo di agire, che valga non soltanto nelle emergenze ma sia essenziale «nel programmare le soluzioni necessarie». Perché gli Stati devono ritrovarsi per dialogare e l’unica possibilità sono gli organismi internazionali che operano in contesti multilaterali: «Il pericolo di abbandonare la visione del bene comune per consentire ai Paesi di rifugiarsi nelle chiusure individuali e in localismi più o meno mascherati che colorano ormai lo scenario di un mondo post-globale, è palpabile». Lo ha detto il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, intervenendo nella mattinata di giovedì 28 novembre all’inaugurazione dell’Anno accademico dell’Università Cattolica.
Nel riflettere sul ruolo della diplomazia vaticana, Parolin ha proposto alcune considerazioni sulla dimensione e la missione di una Università cattolica come «custode dell’impegno della comunità ecclesiale italiana a collegare, attraverso l’attività accademica, il messaggio cristiano alle differenti scienze e discipline». In questo contesto, l’Università non è più una mera dispensatrice di un sapere teorico, ma acquista un ruolo attivo e diventa «capace di aprirsi non solo alle sfide, ma di superare anguste barriere attraverso lo studio, la conoscenza e l’analisi di quanto la circonda».
Come ricorda papa Francesco, docenti e studenti devono sempre avere la pace come obiettivo. E qui il cardinale non ha potuto non fare riferimento al viaggio apostolico in Giappone, appena concluso, proponendo alcune riflessioni sul ruolo della diplomazia vaticana. «Non si tratta», ha avvertito, «solo di narrare la natura dell’azione diplomatica che da sempre il Vescovo di Roma per mezzo dei suoi rappresentanti esercita, ma di sottolinearne la funzione e l’apporto rispetto alle situazioni contemporanee e alla capacità di incidere sui problemi concreti». Per questo, ai diplomatici si chiede «di ispirare ogni comportamento all’umiltà, alla dolcezza e alla magnanimità», perché «è evidente che gli atteggiamenti personali sono essenziali veicoli di pace, anche quelli in apparenza di minor rilievo».
La diplomazia pontificia, sempre «seguendo le norme e il linguaggio che della diplomazia sono propri», agisce per trasformare la pace «da solo sentimento a metodo». E con questo senso di comunione, attraverso il dialogo, agisce anche quando non si confronta soltanto con le chiese locali, ma con i «diversi Paesi e di conseguenza con i Governi». Forse è per questo, ammette il Segretario di Stato, che «le parti in lite, nel fare appello a una vera e propria riconciliazione per porre fine ai conflitti, invocano un diretto coinvolgimento della Santa Sede», che opera «favorendo un vero dialogo, anche quando il dialogo presuppone la presenza e l’apporto di chi è scomodo o di chi, secondo una visione tradizionale, non sembra avere la legittimità di attore in un negoziato».
Si tratta di un’azione che «volutamente sfugge alla notorietà» e che, soprattutto, viene esplicata in una modalità che «fornisce alla Santa Sede la piena coscienza di non esercitare un potere, né di cercare privilegi di sorta». La diplomazia vaticana, in definitiva, agisce «per sentirsi parte della vita e dei bisogni essenziali della famiglia umana, come pure della società di un Paese, per essere vicina alle famiglie, ai gruppi di ogni ispirazione e credo, e non solo alle comunità di cattolici». E a chi obietta circa la concretezza di questo approccio, Parolin risponde: «l’antitesi al conflitto sta nella rimozione delle cause che lo scatenano e, quindi, nel rendere operativi i mezzi necessari».
Per la Santa Sede – che oggi ha relazioni con 180 Stati – e la sua diplomazia, questo significa sostenere che «l’azione internazionale deve uscire dalla logica di agire solo di fronte alle emergenze», perché «l’idea di sostenibilità che oggi tanto si proclama deve diventare reale non solo nel fronteggiare i problemi e le sfide, ma nel programmare le soluzioni necessarie». Un traguardo ambizioso, ma è lo steso diritto internazionale a chiederlo alla diplomazia.
La persona rimane la «causa prima e la finalità ultima di ogni azione», ricorda il cardinale, e come risposta a coloro che decretano la crisi della diplomazia («lo sentiamo quotidianamente risuonare nei media»), Parolin afferma che essa è «uno strumento, forse l’unico, che consente un rapporto permanente tra sovranità, ovvero tra chi rappresenta la sorte di popoli e nazioni». E questo comporta non soltanto di «conoscere le situazioni, ma di interpretarle». La Santa Sede agisce attraverso gli indirizzi dottrinali del Papa, le relazioni diplomatiche e «la presenza nelle Organizzazioni intergovernative». Proprio in merito alla crisi delle Istituzioni multilaterali, Parolin ha evidenziato come la diplomazia pontificia non possa essere d’accordo, «tanto meno aggiungendosi al coro di quanti decretano l’inutilità del foro multilaterale, magari per avanzare la sopravvenienza di interessi particolari». In un mondo in cui la politica sembra rassegnata di fronte ai conflitti, «la diplomazia deve riscoprire il suo ruolo», ha concluso il Segretario di Stato, di «veicolo di dialogo, di cooperazione e di riconciliazione, che poi diventano tutte vie alla pace se sostituiscono le rivendicazioni reciproche, le contrapposizioni fratricide, l’idea di nemico e il rifiuto dell’altro». Tra gli esempi citati, l'impegno in Colombia, Nicaragua e Mozambico.




