PHOTO
La camera ardente di don Antonio Mazzi nella sede della Fondazione Exodus nel parco Lambro a Milano
Una processione silenziosa e commossa davanti alla mensa del Parco Lambro, dove ogni giorno pranzava insieme ai ragazzi della sua comunità. È lì, nella sede di Exodus che per decenni è stata la casa del suo impegno educativo, che centinaia di persone hanno voluto dare l’ultimo saluto a don Antonio Mazzi, morto il 31 luglio all’età di 96 anni. Volontari, ex ospiti, amici, autorità e semplici cittadini hanno reso omaggio al sacerdote passando davanti al feretro, sormontato da una fotografia che lo ritrae sorridente, con lo sguardo rivolto al cielo. Accanto, una frase che sintetizza il suo messaggio e la sua eredità: «I sogni sono sempre giovani».


Don Antonio Mazzi, scomparso il 31 luglio all'età di 96 anni, al mercatino della solidarietà di Natale della Fondazione Exodus alla Fabbrica del Vapore nel 2022
(ANSA)Quel semplice «ciao», la parola che don Mazzi amava al punto da volerla incisa sulla propria bara, è risuonato per tutta la giornata tra chi gli doveva una seconda possibilità e chi aveva condiviso con lui il cammino di Exodus.
Lunedì 3 agosto Milano gli renderà l’ultimo omaggio con i funerali, in programma alle ore 15 nella basilica di Sant’Ambrogio. Per l’occasione il Comune ha proclamato il lutto cittadino; sarà presente anche il sindaco Giuseppe Sala.
Da Grajaù, in Brasile, dove si trova in visita ai sacerdoti fidei donum ambrosiani, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha inviato un intenso messaggio di cordoglio dedicato al fondatore di Exodus. A causa del viaggio pastorale, che si concluderà il 7 agosto, non potrà prendere parte alle esequie; a rappresentare la Diocesi ambrosiana sarà il vicario generale, monsignor Franco Agnesi che concelebra il rito funebre presieduto da padre Massimiliano Parrella, Superiore generale dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza, la Congregazione fondata da don Giovanni Calabria a cui apparteneva don Mazzi.
Nel suo messaggio, Leggere il segno, raccogliere l’eredità, Delpini invita ad andare oltre il personaggio pubblico, spesso conosciuto per il suo stile provocatorio e le frequenti apparizioni televisive, per cogliere la radice più profonda della sua testimonianza: «Molte dichiarazioni di persone importanti colgono aspetti della sua attività, della sua creatività, della sua intraprendenza», osserva l’arcivescovo. Ma gli apprezzamenti più autentici, aggiunge, sono «la stima dei suoi collaboratori e delle persone più vicine» e soprattutto «la gratitudine di coloro che in Exodus hanno trovato l’appiglio per salvarsi dall’abisso della tossicodipendenza, della disperazione, della rovina».
Secondo Delpini, il rischio è quello di ridurre don Mazzi a un semplice personaggio. Per questo invita a «leggere il segno che è stato» e a «custodire come un patrimonio prezioso la testimonianza che lascia in eredità».


La camera ardente di Don Antonio Mazzi nella sede della Fondazione Exodus nel parco Lambro a Milano
(ANSA)«Il segreto di don Mazzi, io credo, è la sua fede in Dio», scrive l’arcivescovo. Ed è proprio da questa fede che, a suo giudizio, sono scaturite le caratteristiche che hanno segnato tutta la vita del sacerdote veronese.
«Perciò è stato un uomo libero: la fede in Dio rende liberi, coraggiosi, disposti al rischio e all’eroismo». Una libertà che si è tradotta anche nella capacità di non arrendersi mai davanti alle fragilità umane: «Perciò è stato un uomo animato da una inestirpabile fiducia nelle persone, anche quelle date per perdute: la fede in Dio convince che in qualunque storia c’è la presenza amica che vuole salvare».
Infine, Delpini ricorda la passione che ha accompagnato tutta l’opera educativa e pastorale del fondatore di Exodus: «Perciò è stato un uomo appassionato: la fede in Dio è come un fuoco che rende fuoco».
Il messaggio si conclude con uno sguardo di speranza cristiana: «Don Mazzi conclude la sua lunga vita ed entra nella visione del Dio in cui ha creduto», scrive l’arcivescovo, auspicando che «l’intuizione del suo segreto» possa suggerire anche oggi «qualche speranza e qualche responsabilità» a quanti raccolgono la sua eredità.




