Per quasi tutti gli americani che lo conobbero negli anni Cinquanta, Fulton John Sheen era innanzitutto un volto televisivo. Un vescovo in tonaca, mantello e zucchetto che, davanti a una lavagna, parlava di Dio, della fede, della famiglia, della sofferenza, del bene e del male come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lo faceva in prima serata, quando sul piccolo schermo dominavano i grandi nomi dello spettacolo. E milioni di persone si fermavano ad ascoltarlo.

Ma è proprio questa fama che il cardinale Luis Antonio Tagle ha invitato a guardare nella giusta prospettiva durante la Messa nella quale, il 24 settembre, al Dome at America’s Center di St. Louis, Fulton Sheen è stato proclamato beato davanti a circa 50mila fedeli tra i quali anche molti anziani che avevano assistito alle prime trasmissioni televisive di Sheen.

«Non è beato perché era una celebrità dei mezzi di comunicazione. Né perché era uno scrittore rinomato. Né perché era famoso», ha detto nell’omelia il pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, delegato da Leone XIV a presiedere la celebrazione, «è beato perché ha saputo accogliere il dono della comunione con Gesù, con i poveri e con i vulnerabili».

È il punto da cui partire per comprendere chi sia stato davvero l’uomo che, molti decenni prima dei social network, dei podcast e delle dirette streaming, aveva già capito che i mezzi di comunicazione di massa potevano diventare un luogo missionario.

Dal seminario alla radio

Fulton John Sheen nacque l’8 maggio 1895 a El Paso, nell’Illinois, in una famiglia di origine irlandese. Il suo nome di battesimo era Peter John: Fulton era il cognome da nubile della madre, che divenne poi il nome con cui sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo. Fu ordinato sacerdote per la diocesi di Peoria nel 1919. La sua formazione fu quella di un intellettuale: studiò filosofia e teologia negli Stati Uniti e in Europa e nel 1923, all’Università di Lovanio, ottenne il dottorato in filosofia e il prestigioso Cardinal Mercier Prize, risultando il primo americano a riceverlo. Tornato negli Stati Uniti, insegnò alla Catholic University of America di Washington. Ma Sheen non rimase confinato nelle aule universitarie. Aveva una convinzione che avrebbe accompagnato tutta la sua vita: la cultura cattolica doveva uscire dai luoghi abituali e incontrare le persone là dove si trovavano. Nel 1930 cominciò a parlare alla radio nazionale con The Catholic Hour, programma che negli anni sarebbe arrivato a raggiungere quattro milioni di ascoltatori. Era già, a suo modo, un fenomeno mediatico. Poi arrivò la televisione.

Dio entra in prima serata

Nel 1951 Sheen cominciò a condurre Life Is Worth Living. Il programma andava in onda il martedì sera, alle otto, in uno degli orari di punta della televisione americana. La formula era apparentemente semplice: un uomo davanti a una lavagna, una conversazione diretta con il pubblico, nessun apparato spettacolare. Sheen scriveva, disegnava, spiegava. Parlava di filosofia e di teologia ma anche delle inquietudini quotidiane degli americani. La fede non veniva presentata come un discorso riservato agli specialisti, bensì come una risposta alle domande concrete dell'esistenza. E il pubblico rispose. Il programma, inizialmente trasmesso da appena tre stazioni, si diffuse rapidamente fino ad arrivare alla rete ABC e raggiungere un pubblico stimato in circa 30 milioni di spettatori. Erano numeri enormi per l’epoca e anche per oggi. E ancora più significativo era il fatto che Sheen non parlasse soltanto ai cattolici.

Il Washington Post, nel ricostruire la sua figura, ha ricordato come Life Is Worth Living fosse diventato uno dei simboli della capacità della Chiesa cattolica americana di misurarsi con la modernità senza rinunciare alla propria identità. Il programma attirava milioni di persone e rendeva Sheen riconoscibile quanto alcune delle più grandi personalità televisive del tempo.

La concorrenza era quella dei grandi dello spettacolo. Sheen si trovò a competere anche con miti come Milton Berle e Frank Sinatra. Eppure, il vescovo teneva il passo. Nel 1953 arrivò persino l’Emmy Award come miglior personalità televisiva. Quando salì a ritirarlo, Sheen ringraziò ironicamente i suoi «quattro scrittori»: gli evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni. L'episodio è diventato una delle immagini più celebri della sua storia televisiva. La sua popolarità arrivò anche sulle copertine delle riviste nazionali, compresa Time. Era diventato, suo malgrado, una celebrità.

Ma non aveva mai pensato alla televisione come a un modo per diventare famoso.

Una lavagna, una telecamera e il Vangelo

Il suo stile era molto lontano dalla predicazione televisiva che sarebbe diventata familiare negli Stati Uniti nei decenni successivi con il fenomeno dei telepredicatori. Sheen non costruiva grandi spettacoli religiosi, non aveva bisogno di scenografie elaborate ma aveva con sé solo una lavagna e una straordinaria capacità di raccontare. Scriveva una parola, tracciava uno schema, citava Aristotele o Tommaso d'Aquino, passava dalla filosofia a un episodio di vita quotidiana, inseriva una battuta e tornava al Vangelo. La sua formazione intellettuale non lo rendeva distante dal pubblico: era proprio la capacità di tradurre concetti complessi in un linguaggio comprensibile a renderlo così efficace. Il Washington Post, nel necrologio pubblicato alla sua morte nel 1979, descrisse la combinazione di preparazione intellettuale, voce, calore umano, ironia e abilità retorica che aveva fatto di Sheen una delle grandi personalità televisive americane degli anni Cinquanta. La televisione, insomma, non gli serviva per rendere il Vangelo più spettacolare ma per portarlo nelle case.

Il vescovo che non voleva contare i convertiti

C'è un episodio ricordato dal cardinale Tagle durante la Messa di beatificazione che racconta meglio di molti altri il rapporto di Sheen con il successo. Un giorno Pio XII gli chiese quante persone avesse convertito attraverso la sua predicazione. Sheen rispose di non saperlo, non le aveva mai contate. Il motivo era semplice: non voleva attribuire a sé stesso ciò che riteneva opera di Dio. Sheen amava definirsi, ha ricordato ancora Tagle, come un portinaio, magari «di successo», al quale qualche volta era riuscito di «condurre le persone alla porta aperta della casa di Dio». Da qui la lettura proposta dal cardinale: «Scegliere da soli e andare dove si vuole non è missione e non è beatitudine. Beati voi quando annunciate a tutti la Buona Notizia di Gesù». E ancora: «Essere autosufficienti e cercare la propria autoaffermazione è un cattivo segno». L'evangelizzatore, ha spiegato Tagle, è beato quando lascia che il Signore «operi attraverso di voi» e quando non trasforma la predicazione in uno strumento per «dominare sugli altri e far sentire la propria importanza». È una prospettiva che rovescia l'immagine più immediata del personaggio. Sheen era famoso ma la fama non era il criterio della sua vita.

La televisione non cancellava i poveri

Dietro il personaggio televisivo c’era infatti un sacerdote e un vescovo molto impegnato nella missione e nella questione sociale.

Dal 1950 al 1966 fu direttore nazionale della Pontificia Opera della Propagazione della Fede (una delle quattro Pontificie Opere Missionarie), incarico che gli permise di sostenere e visitare realtà missionarie in molte parti del mondo. Nel 1951 fu nominato vescovo ausiliare di New York. Nel 1966 divenne vescovo di Rochester e nel 1969 Paolo VI lo nominò arcivescovo titolare di Newport.

Il suo impegno sociale, come ha ricordato il Washington Post, passava per esempio dalle prese di posizione a favore di salari dignitosi, del ruolo dei lavoratori e della necessità di destinare maggiori risorse ai poveri. Non era dunque soltanto l'uomo della lavagna e delle telecamere. Era anche l’uomo che al Concilio Vaticano II parlava della povertà della Chiesa e della necessità di guardare verso le periferie del mondo.

Una sensibilità che anche Leone XIV ha ricordato e lodato alla vigilia della beatificazione. Per il Papa, infatti, Sheen fu «un faro di fede, speranza e amore» che per decenni brillò «attraverso i mezzi radiofonici e televisivi». E quel giudizio non nasce soltanto dalla conoscenza della sua figura ma da un contatto personale: «Io stesso sono stato testimone della sua evangelizzazione quando stavo crescendo», ha confidato papa Leone. Le trasmissioni di Sheen, ha ricordato, «hanno raggiunto milioni di persone con la speranza del Vangelo», mentre le sue iniziative avevano portato «un enorme aiuto spirituale e materiale alle Chiese nelle aree di prima evangelizzazione». Proprio per questo il Papa ha indicato il nuovo beato come «un esempio per tutti i Direttori Nazionali e Diocesani delle Pontificie Opere Missionarie nel mondo intero».

«La 501ª persona affetta dalla lebbra»

Ed è proprio qui che l’omelia di Tagle offre l'immagine forse più potente del nuovo beato. Nel 1967 Sheen dedicò una trasmissione al 30° parallelo, la linea geografica che utilizzava come simbolo della divisione tra un mondo ricco e un mondo segnato dalla povertà. Aveva visitato Buluba, in Uganda, dove erano accolte circa 500 persone colpite dalla lebbra. Una di loro gli si avvicinò. Aveva già perso parte del braccio e la mano. Sheen ebbe paura. Poi fece qualcosa che, nella lettura di Tagle, riassume la sua idea di evangelizzazione: prese ciò che restava di quella mano e lo tenne tra le proprie. Non si limitò a parlare della sofferenza ma la toccò. «Tenendo tra le sue mani la carne ferita delle persone vulnerabili colpite dalla lebbra, si considerò uno di loro, la 501ª persona affetta dalla lebbra», ha raccontato Tagle. È un'immagine che permette di comprendere anche il senso della beatificazione celebrata a St. Louis. Non il trionfo di un uomo che aveva conquistato la televisione, ma quello di un sacerdote che, secondo la Chiesa, seppe mettere la propria popolarità al servizio di una relazione con Cristo e con gli ultimi. «Beato il vaso di argilla che attinge la sua forza da Gesù», ha concluso il cardinale, «Beato l’evangelizzatore che si converte contemplando e toccando le ferite di Cristo Risorto nei fratelli e nelle sorelle feriti!».

Un volto del Novecento che parla al presente

Fulton Sheen morì a New York il 9 dicembre 1979, a 84 anni. Due mesi prima aveva incontrato Giovanni Paolo II durante la visita del Papa negli Stati Uniti. Il Pontefice lo aveva abbracciato e gli aveva detto: «Hai scritto e parlato bene del Signore Gesù. Sei un figlio leale della Chiesa».

Aveva scritto decine di libri, insegnato, predicato alla radio, parlato alla televisione, partecipato al Concilio Vaticano II e guidato una diocesi.

Ma la sua immagine più famosa rimane quella di un uomo davanti a una lavagna, in prima serata, mentre milioni di americani lo guardavano.

La sua intuizione era semplice e, per il suo tempo, sorprendentemente moderna: se la gente passa la sera davanti a una televisione, anche lì può essere annunciato il Vangelo. Oggi, nella società degli smartphone, dei social e delle piattaforme digitali, quella lavagna può sembrare lontanissima. Eppure il principio che la muoveva è lo stesso che Tagle ha richiamato a St. Louis: i mezzi di comunicazione sono strumenti, il centro non è chi parla, né quanti lo ascoltano. «Non è beatitudine dominare sugli altri e far sentire la propria importanza», ha detto il cardinale. La beatitudine, almeno per Fulton Sheen, era un’altra cosa: lasciare che Dio passasse attraverso un uomo, una voce, una telecamera, una lavagna. E, soprattutto, attraverso l’incontro con le ferite degli altri.