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Il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, nella Basilica inferiore di Assisi, il 19 novembre scorso
In un tempo segnato da conflitti sempre più frequenti e da tensioni internazionali in aumento, i Vescovi italiani lanciano un appello chiaro e urgente: la difesa di un Paese non può trasformarsi in una corsa agli armamenti. Nella loro Nota pastorale, intitolata “Educare a una pace disarmata e disarmante”, la Conferenza Episcopale Italiana invita tutti a riflettere sul vero significato della protezione, della sicurezza e della responsabilità civile.
“La regola della pace ha bisogno, per sopravvivere e perpetuarsi, di un esercizio quotidiano globale che attraversi i periodi della storia e le generazioni … un impegno che tocca molte dimensioni della vita personale e sociale.”
I Pastori ricordano che la guerra lascia sempre ferite profonde: non si tratta solo di vite spezzate o territori distrutti, ma di un danno morale e sociale che compromette le comunità e il futuro dei giovani. La costruzione della pace, sottolineano, richiede “impegno quotidiano, coraggio, capacità di dialogo e scelte responsabili da parte di ciascuno”.
La Nota affronta direttamente il tema della difesa nazionale: proteggere il proprio Paese è un diritto legittimo, ma non può diventare un pretesto per alimentare la paura o per incrementare la produzione di armi.


Soldati russi in Ucraina
(EPA)“Quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari … sono contraddittorie rispetto a un orizzonte di armonia e concordia.”
Per la CEI, investire nella sicurezza non deve significare arricchire l’economia della guerra, ma valorizzare ogni azione che promuova la fraternità, la riconciliazione e la pace.
I Vescovi ricordano che la pace non è un’utopia: è una scuola da imparare ogni giorno. “Educare alla pace significa assumere la responsabilità di non alimentare la logica della guerra, ma promuovere la fraternità, la riconciliazione, la speranza.” Ogni cittadino, ogni comunità, ogni istituzione è chiamata a diventare un laboratorio di convivenza, rispetto e giustizia, dove le scelte quotidiane contribuiscono a costruire un mondo più umano e solidale.
In particolare, i Pastori sottolineano l’importanza di investire non solo nella sicurezza militare, ma anche in quella educativa, sociale e culturale. La vera protezione, spiegano, passa attraverso la formazione, la giustizia sociale e la promozione del bene comune, più che attraverso la logica della deterrenza o dell’accumulo di armi.
La Nota rivolge il suo messaggio a tutti, credenti e non credenti: la pace non è un privilegio per pochi, ma un bene comune, un impegno collettivo. I Vescovi mettono in guardia contro il rischio di una società che misura la sicurezza solo attraverso la forza militare:
“È cresciuto il livello di conflittualità tra le grandi potenze del pianeta, facendo persino balenare … il rischio di escalation nucleare.”
Per questo, ogni decisione politica, economica o personale deve essere valutata anche alla luce della coscienza morale e del futuro delle nuove generazioni. La pace, spiegano i Pastori, si costruisce nei gesti quotidiani, nelle relazioni, nella capacità di dialogare, di ascoltare e di accogliere l’altro.
In un tempo di instabilità, paura e divisioni, il messaggio dei Vescovi suona come un richiamo forte e chiaro: smettiamo di considerare le armi come soluzione e impariamo a costruire ponti, non muri. La difesa della patria trova il suo senso più profondo non nella forza delle armi, ma nella capacità di proteggere la vita, la dignità e la libertà di tutti.
“La pace non è mai scontata, va costruita ogni giorno. È un impegno che riguarda ciascuno di noi, dalla vita quotidiana alle scelte sociali e politiche, fino alla cura della fraternità e della giustizia.”





