«Certamente ad Auschwitz non si va in gita, si va per fare memoria di una tragedia immane che ha colpito il popolo di Israele e che deve rimanere un monito per tutti noi, di fronte anche alla crescita dell’antisemitismo». Con queste parole - alla vigilia dell'anniversario che ricorda la retata nazifascista del gheto di Roma, il 16 ottobre 1943 -  il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha risposto alle dichiarazioni del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Eugenia Roccella, che nei giorni scorsi avevano suscitato un’ondata di polemiche.

Roccella, intervenendo in un convegno dell'Unione delle comunità ebraiche italiane a Roma, aveva parlato dei viaggi scolastici ai campi di sterminio come di «esperienze troppo spesso ridotte a semplici gite, prive di un vero approfondimento storico». Le sue parole erano state duramente criticate da esponenti del mondo ebraico, da insegnanti e da diversi partiti di opposizione, che avevano sottolineato come la memoria della Shoah non possa mai essere banalizzata o trattata come un tema opzionale dell’educazione civica.

Il cardinale Parolin ha scelto di replicare a margine di un evento a Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. «Questi sono punti di memoria che devono essere continuamente richiamati – ha spiegato il porporato –. Quindi andare lì vuol dire fare questo gesto di memoria e di solidarietà».

Parolin ha voluto così ribadire l’importanza del ricordo della Shoah come fondamento etico e civile, non soltanto per il popolo ebraico ma per l’intera umanità. Un messaggio chiaro, che si inserisce nel solco tracciato da papa Francesco, il quale in più occasioni ha denunciato la “cultura dell’indifferenza” e il rischio di smarrire la memoria delle tragedie del Novecento.