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«Un’aggressione blasfema, un oltraggio a Dio». Papa Francesco parla della guerra in corso durante la catechesi dedicata alla «Pace di Pasqua». Una pace, quella che porta Gesù, che percorre strade nuove. Non l’aggressione al fratello, non l’imposizione con la forza, come vorrebbe l’Inquisitore nel romanzo di Dostoevnskji. Quella di Gesù è una pace che nasce dalla mitezza. Ricorda, Francesco, l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, che abbiaom ricordato nella domenica delle palme «la folla esultante benedice a gran voce “colui che viene, il re”, e acclama: “Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli”. Quella gente festeggia perché vede nell’ingresso di Gesù l’arrivo di un nuovo re, che avrebbe portato pace e gloria. Ecco qual era la pace attesa da quella gente: una pace gloriosa, frutto di un intervento regale, quello di un messia potente che avrebbe liberato Gerusalemme dall’occupazione dei Romani». Altri, forse, sognavano una pace sociale, pensavano che Gesù avrebbe sfamato i poveri come aveva fatto con la moltiplicazione die pani. Ma la pace di Gesù è diversa ed è simboleggiata dal «puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno» che Gesù chiede per il suo ingresso a Gerusalemme. Lì è simboleggiata «la mansuetudine e la mitezza» e il modo - «nessuno era mai salito» - di fare di Gesù: «diverso da quello del mondo. Gesù, infatti, appena prima di Pasqua, spiega ai discepoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”». La pace di Gesù non «segue le strategie del mondo, il quale crede di ottenerla attraverso la forza, con le conquiste e con varie forme di imposizione. Questa pace, in realtà, è solo un intervallo tra le guerre. La pace del Signore segue la via della mitezza e della croce: e farsi carico degli altri». La sua pace, sottolinea il Papa «non è frutto di qualche compromesso, ma nasce dal dono di sé. Questa pace mite e coraggiosa, però, è difficile da accogliere. Infatti, la folla che osannava Gesù è la stessa che dopo pochi giorni grida “Crocifiggilo” e, impaurita e delusa, non muove un dito per Lui».
Gesù è l’uomo che risponde al Grande Inquisitore che lo accusa di aver lasciato all’uomo il libero arbitrio, con un bacio sulle labbra esangui e non con parole sferzanti e dure. «La pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata. Le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, a ogni prossimo». Questo è il modo di portare pace. Per Francesco nessuna benedizione della guerra anzi, proprio perché questa è la pace di Gesù, «l’aggressione armata di questi giorni, come ogni guerra, rappresenta un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua, un preferire al suo volto mite quello del falso dio di questo mondo. Sempre la guerra è una azione umana per portare alla idolatria del potere». Ma non dobbiamo avere paura perché «il potere mondano lascia solo distruzione e morte, lo abbiamo visto in questi giorni», mentre «la sua pace edifica la storia, a partire dal cuore di ogni uomo che la accoglie. Pasqua è allora la vera festa di Dio e dell’uomo, perché la pace, che Cristo ha conquistato sulla croce nel dono di sé, viene distribuita a noi». E il saluto del Risorto ai suoi: «”Pace a voi!” è il saluto di Cristo vincitore».
Nei saluti finali il Pontefice dedica parole di particolare affetto ai polacchi che «quest’anno celebreranno la Pasqua insieme a molti ospiti ucraini. La Pasqua e una festa di famiglia e voi, aprendo a loro le vostre case, siete diventati loro famigliari. Anche se la maggior parte di essi celebrerà queste feste una settimana più tardi, secondo la tradizione orientale, già ora tutti voi insieme contemplate il Crocifisso, e aspettate la risurrezione di Cristo e la pace in Ucraina».



