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Sono arrivati a migliaia a Roma grandi e piccoli, atleti di fama mondiale e dilettanti, ori olimpici e sportivi della domenica.
Riempiono la basilica di San Pietro, dopo che il caldo torrido ha consigliato di spostare la celebrazione dal sagrato all’interno. Papa Leone li accoglie nella Giornata in cui si celebra la Santissima Trinità. E, anche se, come ricorda lui stesso, «il binomio Trinità-sport non è esattamente di uso comune», spiega che «l’accostamento non è fuori luogo» perché «ogni buona attività umana porta in sé un riflesso della bellezza di Dio, e certamente lo sport è tra queste».
Dopo aver spiegato che «Dio non è statico, non è chiuso in sé. È comunione, viva relazione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che si apre all’umanità e al mondo. La teologia chiama tale realtà pericoresi, cioè “danza”: una danza d’amore reciproco», e che alcuni padri della Chiesa parlano di un «Deus ludens, di un Dio che si diverte», sottolinea che proprio per questo «lo sport può aiutarci a incontrare Dio Trinità: perché richiede un movimento dell’io verso l’altro, certamente esteriore, ma anche e soprattutto interiore. Senza questo, si riduce a una sterile competizione di egoismi».
Ricorda il verbo che, in italiano, serve per incitare gli altleti: «Dai!». Un «imperativo bellissimo: è l’imperativo del verbo “dare”. E questo può farci riflettere: non si tratta solo di dare una prestazione fisica, magari straordinaria, ma di dare sé stessi, di “giocarsi”. Si tratta di darsi per gli altri – per la propria crescita, per i sostenitori, per i propri cari, per gli allenatori, per i collaboratori, per il pubblico, anche per gli avversari – e, se si è veramente sportivi, questo vale al di là del risultato». Cita Giovanni Paolo II, che, da sportivo , diceva che «Lo sport è gioia di vivere, gioco, festa, e come tale va valorizzato [...] mediante il recupero della sua gratuità, della sua capacità di stringere vincoli di amicizia, di favorire il dialogo e l’apertura degli uni verso gli altri, [...] al di sopra delle dure leggi della produzione e del consumo e di ogni altra considerazione puramente utilitaristica e edonistica della vita».
Lo sport, insiste Prevost, ha tre aspetti che lo rendono «un mezzo prezioso di formazione umana e cristiana. In primo luogo, in una società segnata dalla solitudine, in cui l’individualismo esasperato ha spostato il baricentro dal “noi” all’“io”, finendo per ignorare l’altro, lo sport – specialmente quando è di squadra – insegna il valore della collaborazione, del camminare insieme, di quel condividere che, come abbiamo detto, è al cuore stesso della vita di Dio». E quindi «può così diventare uno strumento importante di ricomposizione e d’incontro: tra i popoli, nelle comunità, negli ambienti scolastici e lavorativi, nelle famiglie!»
Inoltre, in una «società sempre più digitale, in cui le tecnologie, pur avvicinando persone lontane, spesso allontanano chi sta vicino, lo sport valorizza la concretezza dello stare insieme, il senso del corpo, dello spazio, della fatica, del tempo reale. Così, contro la tentazione di fuggire in mondi virtuali, esso aiuta a mantenere un sano contatto con la natura e con la vita concreta, luogo in cui solo si esercita l’amore».
Infine, in una «società competitiva, dove sembra che solo i forti e i vincenti meritino di vivere, lo sport insegna anche a perdere, mettendo l’uomo a confronto, nell’arte della sconfitta, con una delle verità più profonde della sua condizione: la fragilità, il limite, l’imperfezione. Questo è importante, perché è dall’esperienza di questa fragilità che ci si apre alla speranza. L’atleta che non sbaglia mai, che non perde mai, non esiste. I campioni non sono macchine infallibili, ma uomini e donne che, anche quando cadono, trovano il coraggio di rialzarsi». In questo senso, ripete con le parole di Giovanni Paolo II «Gesù è “il vero atleta di Dio”, perché ha vinto il mondo non con la forza, ma con la fedeltà dell’amore».
E non è un caso che «nella vita di molti santi del nostro tempo, lo sport abbia avuto un ruolo significativo, sia come pratica personale sia come via di evangelizzazione. Pensiamo al Beato Pier Giorgio Frassati, patrono degli sportivi, che sarà proclamato santo il prossimo 7 settembre. La sua vita, semplice e luminosa, ci ricorda che, come nessuno nasce campione, così nessuno nasce santo. È l’allenamento quotidiano dell’amore che ci avvicina alla vittoria definitiva e che ci rende capaci di lavorare all’edificazione di un mondo nuovo».
Lo sapeva anche Paolo VI quando ricordava nell’udienza al Centro sportivo italiano «vent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale» quanto «lo sport avesse contribuito a riportare pace e speranza in una società sconvolta dalle conseguenze della guerra». Paolo VI diceva: «È la formazione di una società nuova, a cui si rivolgono i vostri sforzi: [...] nella consapevolezza che lo sport, nei sani elementi formativi che esso avvalora, può essere utilissimo strumento per l’elevazione spirituale della persona umana, condizione prima e indispensabile di una società ordinata, serena, costruttiva».
Per questo la Chiesa, conclude, «vi affida una missione bellissima: essere, nelle vostre attività, riflesso dell’amore di Dio Trinità per il bene vostro e dei fratelli. Lasciatevi coinvolgere da questa missione, con entusiasmo: come atleti, come formatori, come società, come gruppi, come famiglie. Papa Francesco amava sottolineare che Maria, nel Vangelo, ci appare attiva, in movimento, perfino “di corsa”, pronta, come sanno fare le mamme, a partire a un cenno di Dio per soccorrere i suoi figli. Chiediamo a Lei di accompagnare le nostre fatiche e i nostri slanci, e di orientarli sempre al meglio, fino alla vittoria più grande: quella dell’eternità, il “campo infinito” dove il gioco non avrà più fine e la gioia sarà piena».




