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L’udienza torna in piazza San Pietro, ma ancora papa Francesco non se la sente di leggere. Affida perciò «a un aiutante mio», don Pierluigi Giroli, la lettura del testo che riguarda l’ultimo dei vizi capitali, quello della superbia, «molto simile a quello della vanagloria», già presentato la scorsa catechesi. «Il superbo è uno che pensa di essere molto più di quanto sia in realtà; uno che freme per essere riconosciuto più grande degli altri, vuole sempre veder riconosciuti i propri meriti e disprezza gli altri ritenendoli inferiori». Se la «vanagloria è una malattia dell’io umano, essa è ancora una malattia infantile se paragonata allo scempio di cui è capace la superbia. Analizzando le follie dell’uomo, i monaci dell’antichità riconoscevano un certo ordine nella sequenza dei mali: si comincia dai peccati più grossolani, come può essere la gola, per approdare ai mostri più inquietanti. Di tutti i vizi, la superbia è gran regina». Non è un caso che Dante, nella Divina Commedia, la colloca «nella prima cornice del purgatorio: chi cede a questo vizio è lontano da Dio, e l’emendazione di questo male richiede tempo e fatica, più di ogni altra battaglia a cui è chiamato il cristiano». Dietro questo vizio, in realtà, «si nasconde il peccato radicale, l’assurda pretesa di essere come Dio. Il peccato dei nostri primogenitori, raccontato dal libro della Genesi, è a tutti gli effetti un peccato di superbia. Dice loro il tentatore: “Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio”».
La superbia rovina i rapporti umani, avvelena il sentimento di fraternità. Il testo letto evidenzia i sintomi della superbia: «Il superbo è altero, ha una “dura cervice”, cioè, ha un collo rigido, che non si piega. È un uomo facile al giudizio sprezzante: per un niente emette sentenze irrevocabili nei confronti degli altri, che gli paiono irrimediabilmente inetti e incapaci. Nella sua supponenza, si dimentica che Gesù nei Vangeli ci ha assegnato pochissimi precetti morali, ma su uno di essi si è dimostrato intransigente: non giudicare mai. Ti accorgi di avere a che fare con un orgoglioso quando, muovendo a lui una piccola critica costruttiva, o un’osservazione del tutto innocua, egli reagisce in maniera esagerata, come se qualcuno avesse leso la sua maestà: va su tutte le furie, urla, interrompe i rapporti con gli altri in modo risentito». È impossibile parlare con un superbo o tentare di correggerlo. Bisogna solo «avere pazienza, perché un giorno il suo edificio crollerà. Un proverbio italiano recita: “La superbia va a cavallo e torna a piedi”. Nei Vangeli Gesù ha a che fare con tanta gente superba, e spesso è andato a stanare questo vizio anche in persone che lo nascondevano molto bene. Pietro sbandiera la sua fedeltà a tutta prova: “Se anche tutti ti abbandonassero, io no!”. Presto farà invece l’esperienza di essere come gli altri, anche lui pauroso davanti alla morte che non immaginava potesse essere così vicina. E così il secondo Pietro, quello che non solleva più il mento ma che piange lacrime salate, verrà medicato da Gesù e sarà finalmente adatto a reggere il peso della Chiesa. Prima sfoggiava una presunzione che era meglio non sbandierare; ora invece è un discepolo fedele che, come dice una parabola, il padrone può mettere “a capo di tutti i suoi averi”».
L’umiltà è il rimedio alla superbia. Viene ricordato il magnificat quando «Maria canta il Dio che con la sua potenza disperde i superbi nei pensieri malati del loro cuore. È inutile rubare qualcosa a Dio, come sperano di fare i superbi, perché in fin dei conti Lui ci vuole donare tutto. Per questo l’apostolo Giacomo, alla sua comunità ferita da lotte intestine originate dall’orgoglio, scrive così: “Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia”». Infine si chiede di usare il tempo di Quaresima proprio per lottare contro la superbia.
Al termine il Papa prende la parola direttamente per «rinnovare, ancora una volta, l'invito a pregare per le popolazioni che soffrono l'orrore della guerra in Ucraina, in Terra Santa e in altre parti del mondo».e per chiedere a Dio il dono della pace».




