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Don Roberto Colombo (64 anni), prete della diocesi di Milano, è genetista e docente della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma. Si occupa di ricerca sulle malattie ereditarie rare e rarissime, e per alcune di esse è un esperto a livello internazionale. E’ stato membro del Comitato Nazionale di Bioetica e di commissioni del Ministero della Salute e collabora con la Pontificia Accademia per la Vita e con altri dicasteri della Santa Sede. Ha partecipato a missioni della Santa Sede presso le Nazioni Unite, il Parlamento Europeo e l’Unione Europea.
Trent’anni fa usciva la Donum vitae. Che cosa era accaduto in quegli anni da richiedere un intervento della Chiesa sulla procreazione e la vita prima della nascita?
Tre erano le novità nel campo della medicina e della biologia umana. Anzitutto, la rapida diffusione della fecondazione extracorporea (“in provetta”), dello sviluppo in laboratorio del concepito per alcuni giorni e del suo trasferimento in utero, per cercare di far avere un figlio alle coppie infertili. La prima bambina generata così, Louise Brown, nacque a Manchester nel 1978. Inoltre, l’estensione delle tecniche ecografiche e invasive (amniocentesi e villocentesi) di diagnosi prenatale per l’identificazione di anomalie del concepito. Infine, l’avvio della crioconservazione, della sperimentazione o della distruzione di embrioni umani ottenuti dalla fecondazione extracorporea e non trasferiti in utero.
Oggi, queste non sono più novità, ma procedure quotidiane nelle cliniche e nei laboratori. Quanto sono diffuse?
Dal 1978 ad oggi, le statistiche a disposizione portano a stimare in oltre 6 milioni e mezzo i bambini nati da fecondazione extracorporea in tutto il mondo. Nel nostro Paese, l’ultimo rapporto del Ministero della Salute (dati 2014) parla di oltre 55 mila coppie che hanno fatto ricorso a queste tecniche e di quasi 11 mila nati, con oltre 112 mila embrioni generati “in provetta". Gli embrioni attualmente non trasferiti in utero e crioconservati negli Stati Uniti raggiungano gli 800 mila. Da noi, nel solo 2014, ne sono stati messi in crioconservazione quasi 29 mila (equivale alla popolazione di una città come Vittorio Veneto o Enna).
In Italia, ogni anno circa mezzo milione di gestanti si sottopongono a diagnosi prenatale, delle quali circa il 90% effettua solo l’esame ecografico e meno del 10% anche l’amniocentesi o il prelievo dei villi coriali. Sono intorno ai duecentomila i test genetici prenatali, eseguiti soprattutto per la fibrosi cistica e la talassemia (dati AGENAS).
Che problemi sorgono ‒ a livello personale, morale e sociale ‒ da queste pratiche, tali da aver indotto la Chiesa a scrivere nel 1987 una istruzione appositamente dedicata ad essi?
La questione fondamentale era e resta antropologica. Separare il fatto della generazione di un figlio dall’atto personale d’amore con cui una donna ed un uomo si aprono alla sua accoglienza, e dislocare il suo concepimento e i primi passi del suo sviluppo dal corpo della madre ad un laboratorio clinico, sotto in controllo esclusivo di un biotecnologo, è una “rivoluzione” del rapporto tra i due genitori e con il figlio dalle conseguenze gravi. Lo ha ricordato con chiarezza e forza papa Francesco nella Amoris laetitia: «La rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna». Così «la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie». (n. 56) Quando la vita umana diventa “oggetto” di potere – sia esso quello dei genitori, dei medici o degli scienziati – si smarrisce la dignità e il bene di ogni donna, di ogni uomo e di ciascun bambino che viene al mondo.
L’obiezione che più spesso viene rivolta a Donum vitae e all’insegnamento della Chiesa è quella di non tenere conto del desiderio di una coppia sterile di avere anch’essa un figlio, cui invece risponderebbe la medicina odierna.
Questa critica non è corretta. Il desiderio di un figlio da parte di due coniugi e la sofferenza per la propria infertilità sono stata attentamente considerata dalla Chiesa già a partire da Donum vitae, dove leggiamo: «La sofferenza degli sposi che non possono avere figli o che temono di mettere al mondo un figlio disabile, è una sofferenza che tutti debbono comprendere e adeguatamente valutare» e «la comunità dei credenti è chiamata a illuminare e sostenere la sofferenza» di queste donne e questi uomini. (II, 8) Non è forse qui anticipato quell’afflato misericordioso che abbraccia ogni ferita umana prima di medicarla e sanarla di cui è oggi annunciatore e testimone papa Francesco?
Ma perché, allora, non sostenere gli sforzi della medicina e della ricerca scientifica per far diventare madre e padre chi è infertile e far nascere un figlio sano da tutte le gravidanze?
L’istruzione Donum vitae e l’insegnamento dei papi che ne è seguito, da San Giovanni Paolo II a papa Francesco, non sono affatto contrari agli sviluppi più avanzati della biomedicina, e neppure allo sviluppo di metodi e tecniche “artificiali”, che si affianchino a quelli “naturali”. «Questi interventi» – è scritto – «non sono da rifiutare in quanto artificiali. Come tali testimoniano la possibilità dell’arte medica, ma si devono valutare sotto il profilo morale in riferimento alla dignità della persona umana». (Donum vitae, Intr. 3) Molteplici sono le procedure diagnostiche e terapeutiche, anche avanzatissime e sofisticate, che possono essere impiegate da ginecologi e andrologi che si prendono cura delle coppie infertili. «Ma ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò stesso moralmente ammissibile». (Intr. 4) Come sempre, occorre valutare quello che viene offerto dalle nuove tecnologie in ogni campo della nostra vita, e scegliere ciò che è bene e ciò che è male in relazione alla mia persona e a quella degli altri. Non tutti i progressi nelle applicazioni del sapere scientifico e medico sono autentici progressi nella dignità e nel rispetto della vita di tutti, delle generazioni presenti e di quelle future, come le grandi questioni ambientali ed ecologiche mostrano.
La diagnosi prenatale, tuttavia, sembra rispondere ad un bene per il figlio e per i genitori: la nascita di un bambino sano. Non è cosi?
Presa in sé stessa, una procedura diagnostica – specialmente se non invasiva, come l’ecografia – ha un valore fortemente positivo: aiuta a conoscere lo stato di salute di un soggetto. Se applicata con in mente la possibilità di accogliere il nascituro, di prendersi cura di lui se è malato, di guarirlo prima o dopo il parto, per quanto ciò sia possibile (e oggi lo è in un numero crescente di casi) o di amarlo e crescerlo così come è, se non potrà divenire sano, la diagnosi prenatale è un bene prezioso da valorizzare. Al contrario, si chiede «la diagnosi con l’intenzione determinata di procedere all’aborto nel caso che l’esito confermi l’esistenza di una malformazione o anomalia», essa è inaccettabile (I, 2). Una donna e un medico sono chiamati ad accogliere la vita nascente, non a scartarla se non è di “qualità” desiderata.
Ascoltandola, vengono in mente le parole che papa Francesco ripete spesso a proposito della “cultura dello scarto”, che sembra dominare nel mondo contemporaneo.
E’ vero. Ho preso a prestito le sue parole, che attualizzano l’insegnamento di Donum vitae e lo rendo comprensibile in modo semplice a tutti. «Non esiste una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra»: gli embrioni e i feti «non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”», perché – ha detto parlando ai medici nel 2013 – «le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo».
Esiste qualche aspetto della medicina e della ricerca scientifica sulla procreazione e la vita nascente che non è stato compreso da Donum vitae e richiederebbe attenzione?
Il documento risale al 1987 e da allora molta stata è stata fatta nella sperimentazione e nella pratica clinica. Un aggiornamento dottrinale – per alcuni aspetti, come la diagnosi embrionale prima del trasferimento in utero e la ricerca sulle cellule staminali – è stato offerto dalla stessa Congregazione per la Dottrina della fede nel 2008 con l’istruzione Dignitas personae. Vi sono oggi nuove procedure di manipolazione delle cellule germinali femminili e maschili e del processo della fertilizzazione che richiedono attenzione e discernimento, così come le potenti tecniche di diagnosi genetica contemporaneamente su tutte le sequenze del DNA che codificano le proteine. Ma i principi antropologici, etici e sociali proposti da Donum vitae restano un fondamento robusto e capace di aiutate a giudicare anche queste novità scientifiche e cliniche.
Ritiene che in futuro l’insegnamento della Chiesa proposto in Donum vitae, in particolare il giudizio negativo sulla fecondazione extracorporea, possa cambiare, aprendo a una possibilità di accesso a queste procedure anche da parte delle coppie cattoliche?
Non sono in grado di esprimere valutazioni al riguardo. Il Magistero della Chiesa può essere ascoltato, studiato, compreso e applicato, ma non anticipato o previsto. Del resto, non vi è nessun segnale in questa direzione e la regola aurea del Magistero cattolico è la continuità, non il balzo in avanti. Vi sono aspetti pastorali del prendersi cura delle coppie infertili che possono essere ulteriormente approfonditi e sviluppati. Anche il dialogo tra la Chiesa e i medici e gli scienziati non restare fermo e dovrà sempre restare aperto. Le questioni bioetiche sono decisive per il futuro della comunità e della civiltà umana. «Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa», ha ricordato papa Francesco nel 2013. E credo che continuerà ad esserlo.




