Dal 1° giugno scorso in Svizzera anche sacerdoti, pastori protestanti, cappellani e altri ministri di culto non sono più automaticamente esentati dall'obbligo di prestare servizio militare in caso di mobilitazione. È una modifica apparentemente tecnica della Legge militare che, però, ha aperto un acceso dibattito sul ruolo della religione nella società svizzera e sul valore della cura spirituale durante le emergenze.

Per decenni il diritto elvetico aveva considerato parroci e pastori tra le figure indispensabili alla popolazione civile in tempo di guerra. L'articolo 18 della normativa prevedeva infatti la loro dispensa dal servizio militare perché potessero continuare a garantire assistenza spirituale alle comunità. Con la revisione legislativa entrata in vigore un mese e mezzo fa questa eccezione è stata abolita.

Perché è cambiata la legge

Nella documentazione che accompagna la revisione, il Parlamento e il Consiglio federale spiegano che l'esenzione era nata in un contesto storico molto diverso dall'attuale, quando la quasi totalità della popolazione apparteneva alle Chiese cristiane e l'assistenza religiosa era ritenuta essenziale in caso di conflitto.

Oggi, sostiene il Governo, il quadro sociale è profondamente cambiato. Le continue uscite dalle Chiese e il calo della pratica religiosa fanno sì che non si possa più considerare il ministero pastorale una funzione "indispensabile" per l'intera popolazione civile. L'obiettivo della riforma è quindi uniformare il trattamento delle diverse categorie professionali chiamate a prestare servizio. La Svizzera mantiene uno dei sistemi di leva più estesi d'Europa: tutti gli uomini abili al servizio sono tenuti a svolgere circa 245 giorni di servizio militare, generalmente tra i 18 e i 30 anni, con richiami periodici successivi. Chi presenta obiezione di coscienza può svolgere un servizio civile sostitutivo, ma di durata superiore.

Un cittadino svizzero affronta le prove fisiche per la leva militare in un centro di reclutamento a Sumiswald, nei pressi di Berna
Un cittadino svizzero affronta le prove fisiche per la leva militare in un centro di reclutamento a Sumiswald, nei pressi di Berna

Un cittadino svizzero affronta le prove fisiche per la leva militare in un centro di reclutamento a Sumiswald, nei pressi di Berna

(REUTERS)

La protesta delle Chiese

La decisione ha suscitato una dura reazione delle principali Chiese cristiane svizzere, non tanto soltanto per il contenuto della norma quanto per il metodo seguito. Le Chiese nazionali hanno inviato una lettera al Consiglio federale denunciando di non essere mai state coinvolte nella consultazione preliminare, nonostante la modifica riguardasse direttamente la loro attività nelle situazioni di crisi. Secondo le Chiese, il Governo ha consultato numerose associazioni, istituzioni e gruppi d'interesse durante l'iter legislativo ma ha escluso proprio le comunità religiose interessate dalla riforma. Tra i soggetti ascoltati, soltanto il Partito dei Verdi e l'Associazione per una Svizzera senza esercito si erano espressi contro l'abolizione dell'esenzione per il clero.

Il Dipartimento federale della Difesa ha replicato che la procedura si è svolta nel rispetto delle regole della Cancelleria federale e che non era stato ritenuto necessario consultare le Chiese, poiché la modifica interessa un numero molto limitato di militari. Invitare tutte le comunità religiose presenti nel Paese sarebbe stato, secondo il Governo, eccessivamente oneroso.

«Chi assisterà spiritualmente la popolazione?»

Tra le voci più critiche c'è quella di monsignor Alain de Raemy, vescovo ausiliare di Lugano e responsabile della pastorale militare della Conferenza dei vescovi svizzeri. Intervistato dalla Radiotelevisione svizzera francese (RTS), il presule ha definito la decisione «una mancanza di rispetto verso la popolazione», osservando che proprio le crisi dimostrano quanto sia importante la presenza dei ministri di culto. «Come faremo in tempo di guerra o durante future emergenze se anche i sacerdoti saranno chiamati alle armi? Qual è il piano del Consiglio federale?», si è chiesto de Raemy, ricordando come durante la pandemia di Covid-19 il sostegno spirituale sia stato richiesto da molte persone. Le Chiese chiedono quindi che vengano previste soluzioni flessibili, consentendo ai sacerdoti eventualmente richiamati di continuare a svolgere il proprio ministero o di essere impiegati stabilmente nella cappellania militare.

I primi effetti della riforma

Secondo i dati forniti dall'esercito svizzero, dal 1° giugno sono già stati convocati nove ecclesiastici. Non è ancora del tutto chiaro se, nei casi di mobilitazione, i ministri di culto potranno assolvere l'obbligo di leva esclusivamente attraverso il servizio di cappellania oppure se potranno essere assegnati anche ad altri incarichi militari. La questione resta quindi aperta e potrebbe richiedere ulteriori chiarimenti applicativi.

Swiss military personnel are pictured during a guided visit to the security zone of the June 15-16 peace summit for Ukraine, in Obburgen near Burgenstock, Switzerland, June 10, 2024. REUTERS/Pierre Albouy
Swiss military personnel are pictured during a guided visit to the security zone of the June 15-16 peace summit for Ukraine, in Obburgen near Burgenstock, Switzerland, June 10, 2024. REUTERS/Pierre Albouy
Soldati svizzeri in servizio (REUTERS)

Un Paese che cambia

La riforma riflette anche la trasformazione religiosa della Confederazione. Secondo le statistiche federali più recenti, circa il 34% della popolazione non appartiene ad alcuna confessione religiosa, una quota ormai superiore a quella dei cattolici (32%) e ben più alta rispetto a cinquant'anni fa, quando i non affiliati rappresentavano appena l'1-2% degli svizzeri. I fedeli della Chiesa evangelica riformata sono circa il 20% della popolazione. In Svizzera vivono circa 2,7 milioni di cattolici, assistiti da un numero stimato di circa 1.800 sacerdoti.

E in Italia come funziona?

Il confronto con la Svizzera mette in luce una differenza sostanziale. In Italia l'articolo 52 della Costituzione stabilisce che la difesa della Patria è un «sacro dovere del cittadino» e che il servizio militare è obbligatorio «nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge». Tuttavia, dal 1° gennaio 2005 la leva obbligatoria è sospesa in virtù della legge n. 226 del 23 agosto 2004, che ha completato il passaggio a un modello di Forze armate professionali composte da volontari. Il dovere costituzionale non è stato abolito, ma potrebbe essere riattivato dal Parlamento in caso di esigenze eccezionali.

Per quanto riguarda il clero cattolico, inoltre, continua a valere una disciplina specifica derivante dai rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede. Già il Concordato del 1929 stabiliva che «i chierici ordinati in sacris e i religiosi che hanno emesso i voti sono esenti dal servizio militare, salvo il caso di mobilitazione generale». In quest'ultima eventualità, i sacerdoti non sono destinati ai reparti combattenti, ma chiamati a esercitare il ministero religioso tra le truppe alle dipendenze dell'Ordinario militare, mentre gli altri religiosi vengono assegnati preferibilmente ai servizi sanitari. Questo principio è stato sostanzialmente confermato anche con il nuovo Accordo di Villa Madama del 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, oggi in vigore. L'intesa prevede che sacerdoti, diaconi e religiosi possano ottenere l'esonero dal servizio militare o essere assegnati al servizio civile sostitutivo. Qualora fosse disposta una mobilitazione generale, gli ecclesiastici non impegnati direttamente nella cura delle anime sarebbero destinati prioritariamente all'assistenza spirituale delle Forze armate e, solo in subordine, ai servizi sanitari.

È proprio questo uno degli elementi che distingue l'Italia dalla Svizzera. Mentre Berna, pur mantenendo la leva obbligatoria, ha deciso di eliminare l'esenzione storicamente riconosciuta al clero, l'ordinamento italiano continua a considerare l'assistenza religiosa una funzione meritevole di una disciplina specifica, anche se oggi la sospensione della leva rende queste disposizioni di fatto non applicate in tempo di pace.