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Un «pre-testo» per un discernimento comunitario. Quella che l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, monsignor Giovanni Checchinato, ha consegnato alla sua diocesi non è una lettera pastorale conclusa. È un cammino che continua, dopo il Giubileo dello scorso anno, perché l’Anno Santo non è un atto che si archivia, ma un cammino aperto verso la redenzione di Cristo. “Sentinella, quanto resta della notte?" allora, ha come metodo le parole «processo», proprio pensando al Giubileo non come evento, «insieme», perché il cammino coinvolge l'intera Diocesi, non solo il vescovo, «controcorrente», perché pone domande invece che dare risposte dall’alto.


Il vescovo, per tutti don Gianni, articola lo scritto attorno a quattro categorie: i poveri, innanzitutto, con una regione, la Calabria, che è una "regione limite" con gravi disuguaglianze, ma è anche "territorio-laboratorio" con le sue parrocchie che restano avamposti di solidarietà e con la sfida di passare dall'assistenzialismo al contestare le ingiustizie strutturate. E poi i prigionieri, con una attenzione non sono ai carcerati, ma anche alle prigioni interiori (paure, abitudini, illusioni). Una schiavitù che deriva dalla logica dell'accumulo di ricchezza. La terza categoria è quella dei ciechi, che riguarda chi ha perso il senso della prospettiva. Infine gli oppressi pensando al Giubileo delle origini e al bisogno di una liberazione attraverso il perdono, la sinodalità, la pietà popolare e la vita contemplativa.
«Il pre-testo di don Gianni», spiega il presidente dell’Azione cattolica diocesana, Nicola De Santis, «è un’opportunità per tutta la comunità ecclesiale e quindi anche per noi laici. Per riscoprirci responsabili - nella comunità e con la comunità - dell’annuncio. È un esercizio di sinodalità concreta, dal basso, che a volte ci spiazza perché non siamo abituati a un pastore che ci chiede di sognare insieme la Chiesa e di costruire insieme la vita della comunità».
È anche una sfida?
«Certo. È una sfida ed è un dono perché ci consente di ritrovarci insieme anche a chi non è di Azione Cattolica e anche con chi non crede. Ci permette di metterci tutti in ascolto di una chiamata, di una vocazione che si fa strada per correre insieme. E non è una strada neutra perché, appunto, appunto prende il passo degli ultimi, dei ciechi, degli oppressi, dei poveri».
C’è anche un richiamo forte allo Spirito Santo.
«In questa strada non scontata lo Spirito ci sorprenderà. Rischiamo di farci stupire e forse anche di farci scomodare. L’Azione cattolica è pienamente dentro questa ricerca, in questo cammino. A settembre ci sarà una assemblea diocesana nella quale la Lettera sarà discussa insieme anche con la teologa Stella Morra e poi inizierà un periodo molto ampio, di oltre un anno, di ascolto delle realtà».
Quali realtà sono coinvolte?
«Sia quelle strettamente ecclesiali, che le altre. Parliamo dei sindacati, del volontariato, della società civile, della cultura. L’obiettivo è cambiare in qualche modo lo sguardo, per affinarlo così da metterci in cammino con i fratelli e le sorelle che saranno disponibili a questo percorso».
L’Azione cattolica ha anche il suo cammino assembleare verso l’appuntamento nazionale dell’aprile 2027. Sono strade separate?
«Per nulla. Avvieremo il cammino assembleare a metà settembre e tutte le 31 associazioni parrocchiali di Cosenza sono chiamate a interrogarsi sul loro vissuto interno e a metterlo in relazione alla lettera di don Gianni. Inoltre, chi già non lo ha fatto, avvierà momenti di riflessione allargati alla comunità parrocchiale e, nel corso dell’anno stiamo pensando a spazi di ascolto e di confronto con chi è fuori dal nostro giro, con chi può darci uno sguardo non allineato, forse disordinato, poco canonico, ma forse anche profetico».
Il vescovo propone quattro piste su cui riflettere a partire dal Vangelo di Luca. Appunto i poveri, i ciechi, i carcerati, gli oppressi.
«Sì, chiede di vivere l’esperienza dell’incontro con il Signore, a partire da queste Categorie. È una esperienza di conversione. Spesso pensiamo alla Chiesa che deve fare del volontariato a chi è fuori. Invece qui c’è un processo inverso: la missione non è l’esportazione di un pacchetto. Il vescovo ci chiede di riconoscere quando noi siamo ciechi, siamo poveri, siamo oppressi e quindi si attiva dal basso una conversione. Perché quando ti senti umile, ti senti anche bisognoso dell’aiuto del Signore. Quindi è anche un meccanismo di annuncio, di riscoperta del Vangelo».




