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L'incontro tra il Prefetto il cardinale Victor Manuel Fernandez e don Davide Pagliarini, inviato della Fraternità sacerdotale San Pio X (lefebvriani) del 12 febbraio scorso
No alla proposta di un dialogo «specificatamente teologico» avanzata dalla Santa Sede, perché non metterebbe in discussione né i testi del Concilio Vaticano II né la legittimità della riforma liturgica. Sì, invece, alle consacrazioni di nuovi vescovi previste per il prossimo 1° luglio.
È la posizione espressa dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), i cosiddetti lefebvriani – dal nome dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, fondatore della Fraternità negli anni Settanta in opposizione ad alcuni esiti del Concilio – in una lettera inviata il 18 febbraio al cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e firmata dai cinque membri del Consiglio generale.
La risposta porta la firma del superiore generale, don Davide Pagliarani, a seguito dell’incontro avvenuto il 12 febbraio in Vaticano. Un colloquio che lo stesso porporato argentino aveva definito «cordiale» e «sincero», rendendo noto di aver proposto ai membri della Fraternità l’avvio di «un dialogo specificamente teologico», con «una metodologia ben precisa», su temi che – a suo dire – non avrebbero ancora ricevuto «una sufficiente precisazione».
Alla proposta si accompagnava la richiesta di sospendere le ordinazioni episcopali annunciate lo scorso 2 febbraio, poiché l’eventuale consacrazione di vescovi senza mandato pontificio – aveva ricordato il prefetto citando il Codice di Diritto Canonico e il magistero – «implicherebbe una decisiva rottura della comunione ecclesiale (scisma) con gravi conseguenze per la Fraternità nel suo insieme».
La proposta di dialogo
Nella lettera, Pagliarani esprime anzitutto apprezzamento per quella che definisce una «nuova apertura al dialogo», vedendovi una «risposta positiva» al suggerimento di «una discussione» dottrinale già avanzato nel gennaio 2019, in un clima «sereno e pacifico, senza la pressione o la minaccia di un’eventuale scomunica».
Tuttavia, il superiore dei lefebvriani respinge la proposta. A suo giudizio, un dialogo impostato nei termini indicati dalla Santa Sede non potrebbe «giungere a determinare insieme ciò che costituirebbe i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica», dal momento che «i testi del Concilio non possono essere corretti, né la legittimità della Riforma liturgica messa in discussione». Secondo Pagliarani, il Concilio Vaticano II «non costituisce un insieme di testi liberamente interpretabili», ma è stato recepito e sviluppato dai Papi che si sono succeduti negli ultimi sessant’anni, secondo orientamenti dottrinali e pastorali precisi. Una lettura ufficiale che, scrive, si esprime in documenti di rilievo come le encicliche Redemptor hominis e Ut unum sint, così come nelle esortazioni apostoliche Evangelii gaudium e Amoris laetitia, fino ai recenti interventi in materia liturgica come il motu proprio Traditionis custodes. Tutti questi testi, sostiene il superiore della Fraternità mostrerebbero che «il quadro dottrinale e pastorale nel quale la Santa Sede intende collocare ogni discussione è già determinato».
Ordinazioni confermate
«Per queste ragioni – aggiunge Pagliarani – nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa».
Di fatto, la Fraternità ribadisce di non poter accettare «la prospettiva e le finalità» con cui il Dicastero propone la ripresa del dialogo «nel presente frangente», né la richiesta di rinviare le consacrazioni previste per il 1° luglio. Le ordinazioni di nuovi vescovi vengono dunque confermate come risposta a un «bisogno concreto a breve termine per la sopravvivenza della Tradizione».
Un passaggio che riapre una ferita mai del tutto rimarginata nella storia recente della Chiesa, segnata nel 1988 dalle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio compiute da Lefebvre e dalla conseguente dichiarazione di scomunica, poi rimessa nel 2009 ma senza che si giungesse a una piena regolarizzazione canonica della Fraternità.
Il nodo della comunione ecclesiale
Nel comunicato diffuso dopo l’incontro del 12 febbraio, il cardinale Fernández aveva richiamato con forza il principio secondo cui l’ordinazione di un vescovo senza il mandato del Papa – che, in forza del canone 331 del Codice di Diritto Canonico e della costituzione dogmatica Pastor aeternus, detiene una potestà ordinaria suprema, piena, universale, immediata e diretta – comporterebbe una rottura della comunione ecclesiale.
La scelta della Fraternità San Pio X di procedere comunque alle consacrazioni pone dunque un nuovo, delicato interrogativo sul futuro dei rapporti con la Santa Sede. Se da un lato si registra una disponibilità formale al dialogo, dall’altro resta irrisolto il nodo di fondo: l’interpretazione del Concilio Vaticano II e l’accoglienza del magistero successivo come criterio vincolante per la piena comunione nella Chiesa cattolica.
Un passaggio che, ancora una volta, chiama in causa non solo questioni disciplinari, ma il senso stesso dell’unità ecclesiale e dell’obbedienza al Successore di Pietro.





