Cari amici lettori, come saprete il 9 luglio è avvenuto uno scisma nella Chiesa cattolica: la Fraternità San Pio X (i Lefebvriani) si sono separati dal resto del corpo ecclesiale, disobbedendo al Papa.

Vorrei soffermarmi su un aspetto della vicenda, che riguarda un atteggiamento di fondo della Fraternità San Pio X, che peraltro si ritrova in forma attenuata anche tra alcuni tradizionalisti che rimangono all’interno della Chiesa cattolica. «Il principio fondamentale è la salvezza delle nostre anime; è la ragione per cui siamo sulla terra… La Chiesa (…) è qui per condurre le anime al cielo, per strapparle all'inferno, per sottrarle al peccato», ha scritto a marzo don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità lefebvriana. È solo un passaggio di uno scritto più ampio, che rivela un’idea di religione dominata dal peccato, dalla riparazione, dalla necessità di “soddisfare” l’amore divino “oltraggiato” dal peccato, dalla paura dell’inferno: una visione restrittiva, intransigente e integralista. Una religione che, preoccupata solo della “salvezza eterna”, non vede lo spessore umano della vita degli uomini e delle donne in terra, che non vede che si tratta sì di «salvare l’uomo» («l’uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà») ma anche «di edificare l’umana società», come recita un documento del Vaticano II, la Gaudium et spes. Insomma, i cristiani sono chiamati a portare la luce del Vangelo anche dentro le questioni terrene, cooperando al bene e alla crescita della fraternità umana in spirito di servizio e di solidarietà con tutti. Giocare la salvezza eterna contro questa dimensione “terrena” è una retorica seducente ma falsa e fuorviante.

Un’immagine mi sembra molto eloquente in proposito: i guanti di seta e i lussuosi (e arcaici) paramenti dei vescovi scismatici ordinati a Ecône da una parte; dall’altra Robert Francis Prevost, quando era vescovo in Perù, immerso con gli stivaloni nel fango, intento ad aiutare i soccorritori durante un’alluvione. Da una parte una visione che intende le verità di fede come fuori dal tempo, astratta dalle contingenze umane; dall’altra la “Chiesa del grembiule”, per usare la famosa espressione di don Tonino Bello, che intende la verità come servizio a chi è nel bisogno. Da una parte una visione integrista, intransigente, che non ammette il contraddittorio; dall’altra la radicalità di chi prende sul serio gli imperativi del Vangelo. E no, radicalità della fede e integrismo non sono la stessa cosa. Se da una parte si afferma di «predicare la vera fede» (così don Davide Pagliarani nell’omelia per l’ordinazione dei vescovi scismatici), sottintendendo che quella degli altri è falsa (ecco la separazione del corpo ecclesiale), dall’altra la testimonianza discreta e umile di tanti fratelli e sorelle che servono gli altri «a causa di Cristo e del Vangelo». Come ha ricordato Leone XIV di rientro dal viaggio in Africa, ci sono «questioni molto grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà di religione». Che discendono direttamente dagli imperativi del Vangelo e li calano nella storia degli uomini e delle donne. Lo si può fare con sensibilità e sfumature diverse, come sempre è avvenuto nella Chiesa, ma non a prezzo dell’unità.