Radicale incompatibilità tra vita cristiana e mafia. Lo ha dimostrato il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, e per il quale si appena conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione. «Un giudice-martire della giustizia, della carità», lo ha definito l'arcivescovo di Monreale Michele Pennisi. «Il Servo di Dio Rosario Livatino», ha detto, «è forse la più bella figura di laico  cristiano impegnato tra le vittime della mafia siciliana, che  all’integrità della fede cattolica, ha associato una fedeltà che si è fatta impegno civico e sociale fino al martirio».

«Il Cristo crocifisso, condannato innocente  morto per la redenzione dell’umanità, presente nell’aula  delle udienze  era per lui un richiamo alla carità e  alla rettitudine. L’aver avuto sul suo tavolo il Vangelo e il Crocifisso non erano segni di un devozionalissimo bigotto, ma perenne provocazione al suo compito di operatore della giustizia», ha continuato monsignor Pennisi.

Tra i documenti acquisiti per la causa di beatificazione, che adesso si sposta a Roma, anche le parole che Livatino aveva scritto in un tema in primo liceo: «La Bibbia è lo scrigno dove è racchiuso il gioiello più prezioso che esista: la Parola di Dio. Un gioiello che non si consuma mai è che non è un futile ornamento, ma un meraviglioso e saggio maestro di vita spirituale e materiale , che in esso si fondono ad indicare all'uomo una via piena di luce a cui si giunge attraverso tante strade secondarie, tanti viottoli nascosti segreti. Leggendola e comprendendola l'uomo ne riceve  i migliori consigli perché la sua vita spirituale si svolga serena e senza compromessi e chi ha  spirito pacato affronta la vita con coraggio e una abnegazione tali che ogni ostacolo viene eliminato».

Si sapeva che era un magistrato coraggioso e, dopo la sua morte, si è scoperto che era un cristiano serio. Nel vallone accanto alla superstrada, dov’era precipitato agonizzante per sfuggire ai killer, fu trovata accanto a lui la sua agenda di lavoro. Su di essa, nella prima pagina spiccava la sigla “STD”. Gli inquirenti pensarono a un messaggio cifrato per indicare il nome degli assassini, invece era una sigla che metteva nelle sue agende e anche nella sua tesi di laurea, che sta per Sub tutela Dei.

La sua è stata, come ha detto anche papa Francesco nell'udienza al Consiglio superiore della magistratura, nel 2014, «una testimonianza esemplare, fu un giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana».