A Fossanova (Latina), nel cuore dell’antica abbazia cistercense, il vino è diventato un racconto di fede, storia e dialogo. Tra i protagonisti di Vini d’Abbazia, manifestazione dedicata ai vini monastici italiani e internazionali, che in questi giorni ha riunito appassionati e operatori tra degustazioni, masterclass e convegni, era presente anche Cremisan, il monastero salesiano a sud di Betlemme, dove una cantina nata quasi un secolo e mezzo fa continua a custodire una missione che va oltre la produzione: creare lavoro, difendere un legame con la terra e costruire ponti in una delle aree più complesse del mondo, al confine tra Cisgiordania e Gerusalemme.

Qui, tra le vigne e gli antichi terrazzamenti della Terra Santa, il vino non è soltanto un prodotto agricolo: è memoria, identità e una forma concreta di resistenza culturale. È la storia di una comunità che, in mezzo alle fratture di un territorio segnato dai conflitti, continua a scegliere la collaborazione tra persone di religioni diverse.

Fu padre Antonio Belloni, missionario italiano noto come il “Padre degli orfani”, a intuire nel 1882 il valore di quella terra ricca di tracce bizantine e coltivazioni, decidendo di fondare un’opera salesiana. La cantina nacque nel 1885 come sostegno alle attività educative e sociali: un luogo dove la vite avrebbe potuto diventare anche strumento di dignità e lavoro. Sono gli anni in cui cresce nel mondo la presenza della famiglia religiosa fondata da don Bosco e dedicata ai giovani.

«Nel 1885 don Antonio Belloni aveva deciso di aprire un’azienda vitivinicola principalmente per sostenere l’orfanotrofio che aveva fondato a Betlemme, in cui offriva ai bambini senza famiglia una casa e un percorso di studi – racconta Luigi Bisceglia, coordinatore regionale per il Medio Oriente dell’Ong VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) –. A Betlemme avviò anche un forno per garantire il sostentamento dell’opera. Abbiamo anticipato di molti anni un modello che oggi chiameremmo impresa sociale: dare lavoro alle persone e sostenere le opere salesiane».

La particolarità di Cremisan è anche nella sua composizione umana. Nella cantina hanno lavorato negli anni persone di religione cristiana e musulmana, unite da un obiettivo comune di resistenza pacifica e costruttiva.

«I nostri operai musulmani sono orgogliosi di produrre vino pur non potendolo bere – spiega Bisceglia –. È una realtà inclusiva, dove il rispetto delle differenze viene prima di tutto. Anche i conferitori di uve palestinesi, spesso musulmani, sono parte di questa storia e permettono di diffondere una identità palestinese attraverso le varietà di uva locali».

Il monastero produce infatti vini da vitigni autoctoni, valorizzando la biodiversità, in un contesto agricolo ricco di ulivi, viti, albicocchi e mandorli (simboli di resistenza). Un lavoro seguito da Luca Cristaldi, responsabile del settore campagne VIS, che sottolinea il significato profondo della produzione: «Cremisan non è solo una cantina: è uno strumento per sostenere famiglie in un contesto difficile. Le terre che non vengono coltivate rischiano di perdere il loro valore per chi le abita, perché vengono confiscate dagli israeliani. In cantina lavorano quindici operai. Continuare a coltivare significa mantenere vivo un legame con il territorio».

La storia di Cremisan è anche una storia di confini. La barriera, voluta nel 2002 dall’allora primo ministro Ariel Sharon, ha modificato la vita quotidiana della comunità: la cantina e alcuni terreni si trovano separati, rendendo più complesso il lavoro dei contadini, spezzando famiglie, paesi e attività economiche.

«Il vino di Cremisan è uno strumento di pace non soltanto perché cristiani e musulmani lavorano insieme – continua Cristaldi – ma perché nasce in un territorio diviso. La cantina è separata dai vigneti dal muro e questo crea difficoltà enormi per chi deve raggiungere i campi, che si trova così costretto a fare un giro lungo, non sempre possibile perché rischia la vita. Negli ultimi tre anni non abbiamo vinificato. Quest’anno c’è stata una ripresa della vendemmia, ma i quantitativi sono limitati».

Nonostante le difficoltà, la missione continua. I proventi della cantina hanno sostenuto per anni le attività salesiane: il centro culturale di formazione professionale, l’oratorio e altre iniziative per la popolazione locale. All’interno del monastero anche una preziosa biblioteca teologica.

«La crisi del turismo e dei pellegrinaggi, dopo la pandemia e il massacro del 7 ottobre 2023, ha avuto un impatto enorme su Betlemme e, in particolare, sulla cantina, perché i nostri clienti erano soprattutto le persone che venivano a trovarci – racconta Bisceglia –. Quando i visitatori diminuiscono, ne risente tutta la comunità. Ma Cremisan continua ad andare avanti: cerchiamo di rafforzare l’esportazione dei nostri vini, che mantengono un buon mercato negli Stati Uniti, in Germania e Austria, e soprattutto cerchiamo di mantenere questo luogo aperto alle persone».

Il monastero non è soltanto una cantina. È anche uno spazio di incontro: un luogo dove famiglie, bambini e visitatori possono trovare un momento di normalità.

«Stiamo lavorando per rendere Cremisan sempre più aperto alla comunità – conclude Bisceglia – con spazi dedicati alle famiglie, un parco giochi e nuove attività di accoglienza, come una caffetteria e un’enoteca che apriremo a fine mese. In questo momento parlare di convivenza è difficile, perché le distanze tra le persone sono aumentate: la comunità palestinese e quella israeliana sono molto più lontane che in passato. Luoghi come Cremisan hanno ancora più valore perché custodiscono la possibilità di tornare a incontrarsi».

In una terra dove i muri separano, una vigna continua a raccontare una storia diversa: quella di persone che scelgono di coltivare e stare insieme.