Parte dal ricordo di papa Francesco, di quel suo «estremo, intenso appello alla pace per tutti i popoli» nell’ultimo Urbi et orbi pronunciato prima della morte. «Anch’io», spiega papa Leone incontrando i vescovi della Conferenza episcopale italiana, «la sera dell’elezione, ho voluto riecheggiare l’annuncio del Signore Risorto: “La pace sia con voi!”». Ringrazia per le preghiere di cui «ho tanto bisogno!» e sottolinea il particolare legame che unisce la Cei al Papa. «Seguendo l’esempio dei miei predecessori, anch’io avverto la rilevanza di questo rapporto “comune e particolare”, come lo definì San Paolo VI intervenendo alla prima Assemblea Generale della CEI».

Sottolinea i principi della «collegialità, che sono stati elaborati dal Concilio Vaticano II», collegialità «tra voi e collegialità con il successore di Pietro». Un principio di «comunione si riflette anche in una sana cooperazione con le Autorità civili. La CEI è infatti luogo di confronto e di sintesi del pensiero dei Vescovi circa le tematiche più rilevanti per il bene comune», spiega.

E poi ricorda le sfide del nostro Paese. Quelle legate, innanzitutto, «al secolarismo, a una certa disaffezione nei confronti della fede e alla crisi demografica» chiamando a «scelte coraggiose, che sono proprie di una vera comunità ecclesiale: portano a lasciarsi “disturbare” dagli eventi e dalle persone e a calarsi nelle situazioni umane, animati dallo spirito risanante delle Beatitudini”».

Ai vescovi italiani il Papa indica alcune attenzioni pastorali. «Innanzitutto», dice, Leone, «è necessario uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Si tratta di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma. Questo è il primo grande impegno che motiva tutti gli altri: portare Cristo “nelle vene” dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica: “Ciò che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi”». Bisogna cercare di «intercettare chi è più lontano e con strumenti idonei al rinnovamento della catechesi e dei linguaggi dell’annuncio».

In particolare bisogna sviluppare «un’attenzione pastorale sul tema della pace. Il Signore, infatti, ci invia al mondo a portare il suo stesso dono: “La pace sia con voi!”, e a diventarne artigiani nei luoghi della vita quotidiana. Penso alle parrocchie, ai quartieri, alle aree interne del Paese, alle periferie urbane ed esistenziali. Lì dove le relazioni umane e sociali si fanno difficili e il conflitto prende forma, magari in modo sottile, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione».

Sull’esortazione dell’apostolo Paolo - «Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti», Leone auspica che «ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa».

Ancora insiste sulle «sfide che interpellano il rispetto per la dignità della persona umana. L’intelligenza artificiale, le biotecnologie, l’economia dei dati e i social media stanno trasformando profondamente la nostra percezione e la nostra esperienza della vita. In questo scenario, la dignità dell’umano rischia di venire appiattita o dimenticata, sostituita da funzioni, automatismi, simulazioni. Ma la persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero. Mi permetto allora di esprimere un auspicio: che il cammino delle Chiese in Italia includa, in coerente simbiosi con la centralità di Gesù, la visione antropologica come strumento essenziale del discernimento pastorale».

Leone teme che, «senza una riflessione viva sull’umano» l’etica possa ridursi «a codice e la fede» diventi «disincarnata». Per questo raccomanda «in particolare, di coltivare la cultura del dialogo. È bello che tutte le realtà ecclesiali – parrocchie, associazioni e movimenti – siano spazi di ascolto intergenerazionale, di confronto con mondi diversi, di cura delle parole e delle relazioni. Perché solo dove c’è ascolto può nascere comunione, e solo dove c’è comunione la verità diventa credibile. Vi incoraggio a continuare su questa strada!».

E allora «annuncio del Vangelo, pace, dignità umana, dialogo» sono le coordinate sulle quali la Chiesa italiana è chiamata a camminare. Tenendo presente  l’unità, «specialmente pensando al Cammino sinodale». Leone esorta a restare «uniti» e a non difendersi «dalle provocazioni dello Spirito. La sinodalità diventi mentalità, nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire».

Inoltre occorre guardare «al domani con serenità e non abbiate timore di scelte coraggiose! Nessuno potrà impedirvi di stare vicino alla gente, di condividere la vita, di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirvi di annunciare il Vangelo, ed è il Vangelo che siamo inviati a portare, perché è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici».

Infine la cura dei «fedeli laici, nutriti della Parola di Dio e formati nella dottrina sociale della Chiesa» perché siano «protagonisti dell’evangelizzazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, negli ambienti sociali e culturali, nell’economia, nella politica».