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Papa Benedetto XVI in preghiera davanti le reliquie di Sant'Agostino nella chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, nel 2007
Era il 21 aprile 2007. Quel giorno, nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia («giuso in Cieldauro» -laggiù in Ciel d’Oro – per dirla con Dante ), che ospita le spoglie di Sant’Agostino, di Severino Boezio, e di re Liutprando, accanto al convento degli Agostiniani, s’incontrarono “due” Papi, quello in carica, Benedetto XVI che a Sant’Agostino aveva dedicato una vita di studi, e quello del futuro: «In questo suo momento conclusivo, la mia visita a Pavia acquista la forma del pellegrinaggio», disse allora papa Benedetto, iniziando la sua omelia, «è la forma in cui all’inizio l’avevo concepita, desiderando venire a venerare le spoglie mortali di sant’Agostino, per esprimere sia l’omaggio di tutta la Chiesa cattolica ad uno dei suoi "padri" più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote. Rinnovo con affetto il saluto al Vescovo Giovanni Giudici e lo porgo in modo speciale al Priore Generale degli Agostiniani, Padre Robert Francis Prevost, al Padre Provinciale e all’intera comunità agostiniana».
Nessuno poteva immaginare che la foto di quel giorno che ritraeva Robert Prevost nell’atto di accogliere, stringendogli con calore le mani, il Papa prima della visita alla tomba di Sant’Agostino sarebbe passata di lì a qualche lustro come la stretta di mano tra Benedetto XVI e il futuro Leone XIV, primo papa agostiniano della storia. Per la prima volta da papa Leone XIV torna in visita a Pavia il 20 giugno del 2026, dove più volte era stato in precedenza e dove già era tornato da cardinale “pellegrino” nel 2024, il 25 febbraio, per chiudere le celebrazioni del XIII centenario della traslazione delle spoglie agostiniane nella Basilica citata da Dante, a proposito del filosofo Boezio nel X canto del Paradiso, ma anche da Petrarca, nell’epistola Seniles 4. destinata a Boccaccio che aveva citato il Ciel d’oro nella novella di Messer Torello nella X giornata del Decameron. Quel cielo d’oro risale al ricordo del soffitto originario decorato a foglia d’oro della Basilica che custodisce le spoglie, di cui non è rimasta traccia se non nel nome.


Fedeli salutano il Papa Benedetto XVI, oggi, al suo arrivo agli Orti Borromaici a Pavia, il 21 aprile 2007-
(ANSA)Durante la celebrazione, nell’omelia il cardinale Prevost diceva: «Come Sant'Agostino disse ai suoi amici, corriamo a Dio non con i nostri piedi, ma con il nostro affetto, ne consegue che la cosa più importante per cui pregare e possiamo pregare per il Santo Padre Francesco con la sua missione tanto difficile», quasi a percepire il peso della responsabilità del ministero che ora porta sulle spalle.
La storia di Pavia, per diverse ragioni si è intrecciata diverse volte con quella dei papi. Don Fabio Besostri, responsabile del Polo di Pavia dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant’Agostino e vicedirettore dell’Archivio Storico diocesano, ha contato, tra il 743 e il 2026, ben 12 visite di Pontefici, nove delle quali “concentrate” nel corso del Medioevo. In quell’epoca la città, capitale del Regno Longobardo e poi del Regno Italico, fu crocevia politico importante, anche teatro di alcuni concili in un periodo tormentato della storia della Chiesa, di cui dà conto in un lungo racconto sul numero speciale pubblicato in occasione della visita di Leone XIV del settimanale diocesano Il Ticino: la prima è stata nel 743 con l’arrivo in città di papa San Zaccaria, a una decina d’anni dall’arrivo delle spoglie di Sant’Agostino. Tra le tante visite papali è stata di particolare importanza in chiave “agostiniana” quella di Innocenzo II nel 1132 «fondamentale», scrive Besostri, «per assicurarsi la fedeltà politica e religiosa dei principali comuni padani, sottraendoli all’influenza dell'antipapa. Durante questa visita, l'8 maggio 1132, Innocenzo II presiedette la solenne consacrazione della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, appena ricostruita in splendide forme romaniche. L’atto religioso servì a riaffermare l’autorità della Chiesa di Roma su uno dei monasteri più prestigiosi d'Italia, dove riposavano le spoglie di Sant’Agostino».
Se la città ha dovuto attendere oltre cinque secoli e mezzo abbondanti dalla visita di Martino V, per accogliere un altro pontefice: il ricordo della presenza di Giovanni Paolo II in occasione dei quattro secoli dalla morte di San Paolo Borromeo, nel 1984 è ancora nella memoria dei pavesi come pure quella, molto agostiniana, di Benedetto XVI che si citava all’inizio.
Ma il legame di Pavia con i Papi non si esaurisce nella presenza di passaggio, perché più di un pontefice ha lasciato segni tangibili e duraturi nella storia locale: Pavia avrebbe, tra l’altro, dato secondo il Liber pontificalis i natali allo sfortunato Giovanni XIV, 136° Papa della Chiesa Cattolica, il primo di origini lombarde, nato Pietro di Canepanova, rimasto al soglio per appena otto mesi tra il 983 e il 984: perduto il favore imperiale di cui godeva, fu deposto dall’antipapa Bonifacio VII e imprigionato a Castel Sant’Angelo dove morì in poco tempo si dice di stenti o di veleno.
Se il nome di Pavia, nata Ticinum e di fondazione romana, è passato attraverso un Papia che con i papi non c’entra nulla, al centro di Piazza Ghislieri, che i pavesi chiamano non a caso confidenzialmente piazza del Papa, troneggia Pio V, al secolo Michele Ghislieri, in atteggiamento benedicente rivolto alla facciata del “Ghislieri”, oggi istituzione laica, collegio di merito universitario, da lui fondato nel 1567, poco più di un anno dopo essere salito al soglio il 7 gennaio 1566. «Ascetico domenicano, grande moralizzatore della Chiesa di Roma», scrive Antonio Gurrado nel volume celebrativo pubblicato da Einaudi nel 2017 per i 450 anni, a cura di Arianna Arisi Rota, «determinato fautore della traduzione concreta dei decreti del Concilio di Trento (conclusosi nel 1563), Antonio Michele Ghislieri decide di fondare un collegio per studenti universitari che porti il nome del proprio casato. Questo collegio (rivale del Collegio Borromeo fondato da san Carlo e istituito con la bolla di papa Pio IV Ad apostolicae dignitatis apicem del 15 ottobre 1561 ndr) dev’essere a Pavia, dove ha sede l’università più prossima al luogo natio del Pontefice, che è di Bosco Marengo, nell’agro alessandrino; e deve ospitare alunni della medesima provenienza»: tuttora là dentro si studia sotto il suo severo sguardo inquisitorio, dato che i suoi ritratti ricorrono nei locali del Collegio e ogni 30 aprile, Festa di San Pio, i collegiali in corso ed ex si ritrovano e celebrano, coniugando il sacro della messa e l’abbondanza di lazzi goliardici, non tanto il Papa che arcigno li scruta, quanto gli anni là dentro condivisi.
Le stesse due più importanti istituzioni della città, l’Università fondata nel 1361 e l’Ospedale san Matteo, sorto nell’ultimo quarto del XV secolo, sono nate sotto i crismi di una bolla papale: «L’ateneo», come ricorda Paolo Mazzarello, ordinario di Storia della Medicina a Pavia, traeva ufficialmente origine dall’atto di fondazione dello “Studium Generale” da parte del re di Boemia e imperatore di Germania Carlo IV con diploma istitutivo rilasciato a Norimberga il 13 Aprile 1361 confermato nel 1389 da una bolla di papa Bonifacio IX. In realtà fin dall’Alto Medioevo erano esistite a Pavia scuole importanti di filosofia, retorica e diritto. All’inizio del IX secolo il grammatico e retore Dungalo Scoto era attivo in un centro superiore di insegnamento forse annesso alla chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Nell’825 l’imperatore Lotario, nipote di Carlo Magno, nel riordinare gli istituti superiori di insegnamento, costituì una scuola di retorica e diritto».
Lo stesso Ospedale san Matteo, oggi Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, risale al 1449, quando fu fondato, su sollecitazione di Domenico da Catalogna, tramite la bolla con il sigillo di papa Nicolò V datata 13 settembre, nei locali che oggi ospitano l’Aula dei 400, di fronte all’Aula magna dell’Università, dove sorgeva un monastero benedettino intitolato a san Matteo, nome rimasto al neonato ospedale, ente che si rapportava direttamente all’autorità pontificia e che per questo, superando il legame con la Chiesa locale, poteva godere di una grande libertà d’azione.
Ma dal momento che i ricorsi storici non finiscono mai, è alle parole di Robert Prevost, Priore generale degli Agostiniani, che dobbiamo affidare la conclusione di questo viaggio nella storia: è stato infatti lui a ricordare, in chiusura di intervento in occasione del Convegno del 2013, a Pavia «il distico latino del Papa Leone XIII, col quale il Pontefice finisce i versi composti di proprio pugno in occasione del ritorno di Sant’Agostino e dei suoi figli alla veneranda basilica di San Pietro in Ciel d’Oro:
Auspicium felix! Italae sic reddita genti
Alma reflorescat pax et avita fides
(Fortunato augurio. Così restituita alla gente d’Italia rifiorisca l’alma – che nutre, che dà vita- pace e l’avita – antica- fede).





