Il primo Simposio delle Chiese cristiane presenti in Italia si terrà a Bari il 23 e 24 gennaio, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Si tratta di un traguardo importante per l’ecumenismo italiano e per la Settimana, il cui tema quest’anno è “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamato”, tratto dal capitolo 4 della Lettera di San Paolo agli Efesini.

Ma questo appuntamento, che sarà concluso da papa Leone con la celebrazione il 25 gennaio alle ore 17,30 dei Secondi Vespri della solennità della Conversione di san Paolo apostolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura è anche un punto di partenza: sono molte le attese per una crescita della fraternità e dell’impegno comune dei cristiani in Italia: cattolici, protestanti e ortodossi. Per l’occasione abbiamo raccolto tre testimonianze significative sul significato di questo evento e sul cammino ecumenico.

Il vescovo di Pinerolo Derio Olivero: «L’ecumenismo non è un tema secondario»

«Non è più marginale, ma è traino verso una Chiesa non autocentrata», frutto di «anni, di giornate passate insieme, di fraternità costruita e condivisa, ma c’è ancora tanto lavoro da fare», spiega monsignor Derio Olivero, presidente della commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, «dobbiamo metterci insieme come Chiese cristiane per costruire coesione sociale, per dire il cristianesimo in una Europa postcristiana, e con altre religioni per dire l’apporto del fenomeno religioso in una società non più religiosa».

Il vescovo di Pinerolo Derio Olivero, 64 anni

Questa è la sfida che la Cei ha raccolto anche programmando per la prima volta una assemblea generale interamente dedicata all’ecumenismo e preparata con metodo sinodale; ogni diocesi deve rispondere a quattro domande: forma dialogica della Chiesa; dire insieme il cristianesimo nelle diversità delle confessioni; Chiese e religioni nello spazio pubblico; quale tipo di laicità in Italia. Le risposte stanno arrivando e il processo fa crescere l’ecumenismo di popolo: «Nonostante i tanti documenti e tutto il magistero», dice Olivero, «non si può dire che tutti i cattolici siano aperti a ecumenismo e dialogo, c’è molto da lavorare, e mi auguro che la Settimana sia di stimolo a formare nei cattolici una seria apertura al dialogo con fratelli e sorelle di altre confessioni». I vescovi lavorano a questo cambio di prospettiva, affinché l’ecumenismo non sia solo un tema secondario ma aiuti la Chiesa a cambiare: «La società è secolarizzata, c’è pluralismo religioso e sociale, e la grande questione è sempre più riuscire a dialogare con questo mondo», corriamo il «grande rischio di essere autocentrati: di organizzare e riorganizzare, e di essere depressi: abbiamo poche forze, pochi preti e così siamo attenti a noi stessi e si riduce l’attenzione all’esterno, che si limita alla Caritas. Come ha ben detto Pierangelo Sequeri: tanta morale, poca comunità e zero cultura, questo è il grande rischio». Non si parte da zero, c’è un nuovo modo di stare insieme: la difesa da parte dei cattolici dell’imam di Torino raggiunto da un provvedimento di espulsione per le opinioni espresse durante un raduno pro-Palestina «è segno», sottolinea Olivero, «che aver dialogato dona frutti, se si mantiene il dialogo anche quando ci sono frizioni o opinioni non condivise. Dobbiamo essere generativi e capaci di costruire coesione sociale». A Bari si terrà il primo Simposio delle Chiese cristiane in Italia «e già si lavora a una dichiarazione di intenti tra le Chiese»: l’ecumenismo «diventa un nuovo modo di stare nello spazio pubblico e come ha scritto Tomas Halik : “Riusciremo ad avvicinarci all’unità dei cristiani solo se la nostra unità reciproca non ne sarà un fine ultimo”».

La pastora valdese Maria Bonafede: «La mia fede nata in una famiglia mista»

Maria Bonafede, pastora valdese e prima donna a ricoprire l’incarico di moderatore della Tavola, viene da una famiglia di due diverse confessioni cristiane.

Maria Bonafede, 71 anni

«Mio padre», racconta, «era cattolico senza grandi passioni per la partecipazione attiva nella sua chiesa, però credente sincero, e mia madre valdese, sincera pure lei: abbiamo sempre parlato di tutto, non ci siamo mai sentiti sotto il cappello delle Chiese. Noi figli andavamo alla chiesa di chi partecipava di più, ed era la mia mamma: quella valdese era la chiesa dove andavo, dove ogni tanto mio papà ci accompagnava per il culto o al catechismo; ricordo che qualche volta ci lasciava in chiesa e portava il cane al giardino e noi protestavamo di dover fare catechismo mentre lui andava a passeggio».«È stata sempre una cosa serena, non c’è stata mai una divisione», conclude la pastora, «c’è stata la loro decisione iniziale, poi ognuno ha preso la sua strada, io ho fatto il pastore, i miei fratelli altre cose, ma sempre con libertà, da noi c’era molta libertà di pensiero. Quando dopo Filosofia alla Statale di Milano mi sono iscritta a Teologia a Roma, papà mi ha detto “però ti devi laureare”: ci teneva che compissi anche gli studi secolari; purtroppo, lui è mancato presto, quando stavo finendo Teologia; non c’è mai stato un disappunto, ci hanno sempre seguito nelle nostre varie scelte, con partecipazione, senza condizionarci».

Il prete ortodosso Lazzaro Lenzi: «L’ecumenismo è ricerca comune, non sincretismo»

Lazzaro Lenzi, 64 anni, è prete ortodosso a Brescia da 7, chiamato dal vescovo quando insegnava in una università cattolica: «Potevo anche rifiutare e per accettare ha dovuto parlare con mia moglie: è una scelta impensabile nel mondo latino, dove c’è il celibato; il prete ortodosso sta dentro una parrocchia guidata da laici, la nostra è guidata da una donna; è colui che serve all’altare, non c’è una idea di consacrazione “in persona Christi”».

Padre Lazzaro Lenzi, 64 anni

Padre Lazzaro è collegato al Patriarcato di Mosca attraverso la diocesi di Parigi, «un po’ autonoma nel Patriarcato. Abbiamo buoni rapporti ecumenici, a volte ci attiriamo delle critiche: non per tutti gli ortodossi l’ecumenismo è un valore, per esempio i monaci del Monte Athos chiedono di non pregare con gli “eretici”. Tre o quattro cattolici hanno chiesto di venire da noi perché non sopportavano papa Francesco, considerandolo un “aperturista” che avesse abbandonato la vera fede: cercavano un supplemento di identità forte e noi rispettosamente li abbiamo rimandati indietro. La ricerca di identità forti tipica delle identità deboli impedisce il dialogo: l’ecumenismo è quello della ricerca comune, della carità, certo non quello del sincretismo, del “va bene tutto”, è cercare l’unità che il Signore stesso desiderava e serve un impegno teologico molto forte».

Padre Lazzaro era un laico cattolico, diventato ortodosso 15 anni fa: «Dopo l’incontro con i monaci di un monastero nel deserto di Giuda ho capito che era una forma cristiana nella quale potevo stare meglio, non è stata una scelta “contro”, anzi, sarò grato per tutta la vita alla Chiesa che mi ha annunciato il Vangelo per prima».